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Il Cammino quaresimale - di Carmela (FEG Assunta) -
21 febbraio 2010

Sappiamo che l'unica grande festa liturgica dei primi secoli era la
Pasqua e che solo progressivamente si festeggiò il Natale e un po'
dopo si introdussero due periodi preparatori, rispettivamente la
Quaresima e l'Avvento.
I
primi accenni ad un periodo prepasquale li troviamo in Oriente al
principio del IV secolo e in Occidente alla fine del IV secolo.
La
Quaresima da sempre è il tempo della preparazione dei catecumeni al
battesimo che avverrà la notte di Pasqua. A questa preparazione
aderisce tutta la comunità che li accoglierà nel "Popolo di Dio".
Questo atteggiamento di memoria e riscoperta del proprio battesimo è
presente anche oggi, tanto che, nella notte di Pasqua, ci siano o no
catecumeni, rinnoviamo le promesse battesimali perchè dal battesimo
scaturiscono la nostra identità di creature nuove, la nostra dignità
di cristiani, la nostra vocazione e responsabilità nella Chiesa e
nel mondo.
Mi
ricordo del mio battesimo per gioire della dignità di Figlio di Dio
di cui sono stato segnato, per essere coerente con gli impegni che
ho assunto, per testimoniare la mia partecipazione attiva alla
Chiesa?
Alla
fine del IV secolo la struttura della Quaresima è quella di un
cammino di quaranta giorni per il cambiamento dell'uomo.
Un
itinerario penitenziale in cui si ripercorrono le grandi tappe della
storia della salvezza per promuovere la conversione del cuore,
perchè se non cambia il cuore non cambia nulla e per riscoprire il
proprio essere in Cristo, cioè essere una creatura nuova.
Il
mercoledì delle ceneri il sacerdote segnandoci dice: "Convertiti e
credi al Vangelo". Convertiti, rinnovati, per celebrare la Pasqua
del Signore, l'incontro con Gesù Cristo morto e risorto.
Nel
mondo classico: egizio, greco e romano il concetto di cammino
penitenziale non esisteva perchè prevaleva l'idea del destino, del
fato. Inoltre in Grecia Socrate e Aristotele sostenevano che nessuno
fa il male volontariamente, ma solo perchè se ne aspetta un bene.
L'agire malvagio dell'uomo altro non è che uno sbagliare bersaglio.
Altri popoli come gli Ittiti avevano un forte senso di colpa e della
espiazione (vedi la preghiera per la peste di re Mushili II, 1130
a.C. circa). Tra i Sumeri, i Babilonesi e gli Assiri erano
diffusissimi i cosiddetti "salmi penitenziali" contenenti
confessioni di peccati. Nell'Iran, dove dominava la concezione
manichea dei due princìpi del bene e del male, confessione e
penitenza erano indispensabili per resistere alla lotta.
Fra le
grandi religioni il concetto di cammino penitenziale è essenziale
per ragioni diverse, spesso opposte alle nostre.
Per il
buddhismo è peccato il desiderio stesso di esistere e cammino
penitenziale è l'annullamento di ogni desiderio. Dunque all'uomo,
alla sua volontà, al suo impegno personale è affidata grande
responsabilità.
Se
esaminiamo le tre religioni monoteiste troviamo punti in comune, ma
anche differenze. L'ebraismo considera il cammino penitenziale come
conversione a Dio di cui accetta anche i castighi come giusta
punizione.
Per
l'islamismo il punto centrale è la fede in Allah unita ad un preciso
cammino di precetti e penitenze: la preghiera cinque volta al
giorno, il digiuno nel mese di Ramadan, il viaggio a La Mecca,
l'elemosina.
E'
proprio del cristianesimo considerare il cammino penitenziale come
conversione all'amore. Questa metànoia, cioè cambiamento
della mente, ha come modello e meta Gesù Cristo. Il cristiano
intraprende un cammino quaresimale che di anno in anno lo
trasfigurerà fino a renderlo sempre più somigliante al suo
Signore.
In
questo tempo con San Paolo cantiamo: "E' il tempo della grazia, è
l'ora della salvezza" (2Cor 6,2).
La
Quaresima ci invita a considerare in modo più attento le nostre
strade.
Dove
sto andando? Che strada sto percorrendo? E' quella giusta? Qual è il
mio cammino interiore?
Se la
Quaresima è per la nostra conformazione a Cristo, il cammino che
intraprendiamo, pur difficile e faticoso, è un cammino di penitenza
gioiosa, non un tempo di lutto e lamento.
Cammino fatto di ascolto della parola proclamata, di deserto, di
meditazione, di preghiera personale e comunitaria, di offerta di sé
e di sacrificio, per sanare le ferite e guarire.
Nella
Bibbia si fa penitenza non solo per se stessi ma per tutto il popolo
e la sua santificazione. Il cristiano non vive più per se stesso, ma
per Cristo e i fratelli.
In
Quaresima siamo chiamati a riscoprire la centralità della Eucarestia
per la vita personale, familiare, ecclesiale e sociale. Siamo
invitati ad una più intensa partecipazione (Sacrosanctum Concilium
48). Parafrasando San Giovanni potremmo dire che se uno non prega
con il fratello che vede, come può pregare Dio che non vede? Dio si
loda e lo si canta insieme alla comunità dei credenti, consapevoli
che il popolo di Dio radunato per pregare è comunione di peccatori
che il Padre sempre perdona. Il cardinale Martini afferma che l'Eucarestia
con il simbolo del nutrimento, del pasto, ci dice che Gesù vuole
stare con noi, vivere in noi, donarci se stesso, è la sintesi di
tutta la vita di Gesù. Non dobbiamo misurare il valore e la forza
della celebrazione eucaristica dai nostri stati d'animo spesso
mutevoli, dobbiamo invece essere nello stupore perchè pur attraverso
i nostri stati d'animo imperfetti, lo Spirito danza, ride, crea,
agisce; prendere coscienza che è il Signore a dare valore a ciò che
stiamo vivendo.
Siamo
anche invitati a fare deserto per ritrovare il cammino di fede
lasciandoci trasportare dallo Spirito Santo che nella sua libertà
parla in noi. Fare deserto non per fuggire il mondo, ma per
prepararsi meglio all'incontro con gli altri; consapevoli del nostro
nulla. Il deserto ci spinge a cercare la forza solo in Dio, è il
luogo della prova per ripartire più spediti e sicuri. Lo è stato
anche per Gesù, lì, nella solitudine e aridità dell'ambiente siamo
affidati al nutrimento di Jahve come accadde a Mosè e al suo popolo,
come accadde anche a Gesù. Questo nutrimento può essere la preghiera
personale, preghiera anche arida e tuttavia feconda nel profondo
anche se all'apparenza non ne vediamo i frutti, ma anche Dio non ci
dimentica, vede nel segreto.
La mia preghiera è abbandonata? Come mi comporto nella aridità? Mi
inquieto, mi irrito con me stesso?.
In Quaresima la Chiesa ci chiama ad una vita più sobria e generosa
verso gli altri e per aiutarci ci offre alcune pratiche: la
preghiera, il digiuno, l'elemosina che vanno approfonditi e
reinterpretati, nel contenuto e nella forma, alla luce dei nostri
giorni.
A
parte quanto già detto, per gustare il tempo della preghiera,
personale e comunitaria, dobbiamo affiancarlo al silenzio e alla
calma interiore. Occorre abbandonare ogni occupazione frenetica che
non ci aiuta a rientrare in noi stessi per stare alla presenza di
Dio che, come dice il priore di Bose, è credere, adorare, confessare
suo figlio. Il profeta Elia definisce se stesso come colui che sta
alla presenza di Dio. Il 1° prefazio di Quaresima insiste sulla
assiduità alla preghiera per prepararsi alla Pasqua; prepararsi ad
essere liberati per portare frutti. La Pasqua si celebra a
primavera, non da soli, ma con tutto il creato, con la natura che
torna a fiorire sovrabbondante di vita, luce e colori.
Un
mezzo per la conversione è il digiuno, pratica oggi poco capita,
vista come rinuncia negativa. Oggi paradossalmente si accetta di
digiunare per riacquistare la linea e non si capisce che la rinuncia
accettata è esercizio di libertà, segno di conversione, di unione
con Cristo e solidarietà con gli affamati e i sofferenti.
Il
digiuno è legato alla preghiera, la sostiene e la rende più intensa
come ci ricordano i Padri della Chiesa; ci è di aiuto per essere più
liberi e più vigili. Nel digiuno riconosciamo la nostra povertà e la
presentiamo a Dio. La Didachè raccomanda di praticarlo secondo la
forza personale, in assoluta libertà e i Padri ci mettono in guardia
da una pratica del digiuno fine a se stessa che può essere frutto
dell'orgoglio, cosa che aveva fatto Gesù invitandoci, quando
digiuniamo, a non assumere atteggiamenti penitenziali, ma di
profumarci e sorridere.
Nel
tempo quaresimale viene raccomandata anche la elemosina come mezzo
per rendere concreta la carità condividendo con chi soffre ciò di
cui si dispone.
Il
Giusto è colui che sa donare e non si aspetta nulla in cambio se non
la benedizione del Signore.
Nella
Bibbia l'elemosina è vissuta come possibilità, per chi la compie, di
felicità: salva dalla morte e purifica ogni peccato (Tb 4,10). Le
elemosine diventano lode a Dio (At 10, 4,31). Il concilio Vaticano
II vede nella elemosina come carità il nucleo essenziale
dell'apostolato dei laici, cristiani capaci di donare.
Vorrei
tentare una lettura nuova della parola elemosina rifacendomi al
termine greco. Userò tre termini: l'aggettivo elemon, il
verbo eleo e il sostantivo elemoysiune.
Rispettivamente indicano: compassionevole, avere compassione per
qualcuno, compassione, pietà. In tutti e tre i casi è forte il senso
di compassione, di patire con, di essere coinvolti.
Mi
viene da dire che in questo senso l'elemosina non è solo un dare
parte di ciò che si ha o ancor peggio, dare del proprio superfluo,
ma è quel curvarsi sull'altro di cui parla Enzo Bianchi. Quel
curvarsi che tanto ricorda il chinarsi di Gesù verso i discepoli per
lavare loro i piedi, per servirli e perdonarli.
Elemosina come servizio e perdono. Elemosina come farsi prossimo
dell'altro come fece il samaritano che si curvò sull'uomo ferito e
abbandonato, lo caricò sulle sue spalle, cioè se ne fece carico,
fino a portarlo dove poteva ricevere cure ed assistenza che pagò
personalmente.
Conversione del cuore, preghiera più intensa, digiuno ed elemosina,
ci permetteranno di arrivare alla notte di Pasqua rinnovati,
gioiosi, creature nuove pronte e cantare l'Exultet, a proclamare: "O
notte veramente gloriosa che ricongiunge la terra al cielo e l'uomo
al suo creatore!".
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Le
radici di Gesù: Rut - di Carmela (FEG Assunta) – per l'incontro di
Fraternità del 17 luglio 2009
Rut è la bisnonna di re Davide. A
lei è dedicato un piccolo, delizioso libro la cui redazione risale
all’epoca persiana (VI-IV secolo a.C.); nella raccolta ebraica non è
posto tra i libri storici, ma è uno dei cinque rotoli, le
Meghillôt, che venivano letti nelle feste più importanti.
Il libro di Rut era riservato alla
festa della Pentecoste o festa delle settimane caratterizzata da
gioia e gratitudine per i doni concessi da Dio con la
mietitura.
Lo sfondo del libro è il
re Moab, il nemico che vive ad oriente del Giordano e vuole
distruggere Giacobbe e Israele, Gli israeliti ricorderanno Moab come
un terribile avversario da cui guardarsi tanto da escludere i
discendenti dall’assemblea del Signore perché i moabiti non sono
venuti loro incontro con pane e acqua quando gli ebrei sono usciti
dall’Egitto.
La storia si svolge al tempo dei
giudici, condottieri pronti,come abbiamo già visto, a salvare gli
ebrei dai ripetuti attacchi degli altri popoli.
Non ci sono ancora re in Israele;
il primo, come sappiamo, sarà Saul. Il libro si svolge tutto
all’aria aperta, è formato da quattro capitoli che costituiscono
cinque scene. E’ un testo che evoca legami profondi tra le donne che
conoscono la durezza della vita perché hanno sofferto molto. I
personaggi sono pochi e essenziali, domina il dialogo; si
presterebbe bene a una rappresentazione teatrale.
La prima scena è ambientata
nella campagna di Maob dove una famiglia ebrea di Betlemme, casa
del pane, a causa della carestia nel suo paese, emigra. Se c’è
fame nella casa del pane ne soffre tutto il paese. La famigliola va
verso i campi di Moab, altopiano ad est del Giordano che resiste
meglio alla siccità.
Questa emigrazione per fame ci
ricorda il nostro “oggi” in cui intere popolazioni sono costrette a
spostarsi da un paese all’altro in carca di lavoro, casa,
accoglienza.
Nonostante i rapporti non buoni
tra israeliti e moabiti, la famiglia viene accolta con generosità;
la gente di Moab la ospita e dà spose per i due figli.
Il capofamiglia di chiama
Elimelech, cioè il Signore è re, Noemi, mia delizia o
mia dolcezza, è il nome della moglie e i figli si chiamano
Maclon, malato debole, e Chilion, consumato. I due
figli sposano due donne moabite: Orpa, colei che volge la nuca,
e Rut, l’amica. Nell’antico Israele ognuno ha nel nome la sua
storia.
Il libro fa perno sull’istituzione
ebraica del go’el, termine del diritto familiare che indica
colui che ha l’obbligo di proteggere gli interessi dell’individuo e
del gruppo familiare, è il ricattatore. Nel racconto il
go’el si intreccia con le leggi del levirato.
Elimelech muore e così anche i due
figli. Ora le tre donne sono senza sostegno, prove di futuro.
Noemi, che si sente desolata e
sradicata, ha saputo che il Signore ha di nuovo dato pane al suo
popolo; si mette sulla strada del ritorno, quasi un cammino
di conversione, verso la Giudea con le due nuore, che ella pensa
l’accompagneranno fino al confine. Esse hanno già sofferto molto,
Noemi non vuole essere causa di amarezza per loro, le invita con
decisione a tornare dalle loro madri augurando di trovare marito, di
essere casa per il proprio uomo.
Le due giovani donna non vogliono
separarsi da Noemi e piangendo esprimono il loro desiderio di
rimanere accanto a lei. Noemi per ben tre volte le dissuade: ormai
le sono finiti i figli e non ha da darne loro. Chi vuole convertirsi
alla fede ebraica va distolto tre volte.
All’insistenza della suocera, Orpa,
colei che volta le spalle, accetta di tornare dai suoi
parenti e dai suoi dei. Ella è simbolo di coloro che, pur chiamati a
decidersi per il Signore, cedono alla tentazione e rinunciano alla
propria vocazione.
Rut, l’amica, è invece
pronta a seguire Noemi ovunque vada. Il Talmud di fronte alle frasi
di Rut rivolte alla suocera: “dove sarai tu, arò anch’io, dove
dimorerai tu, dimorerò io, il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo
Dio sarà il mio Dio”, immagina le parole di Rut come risposta ad
affermazioni di Noemi. Si tratta di una specie di scrutinio
cui sono sottoposti i credenti al momento del matrimonio, o della
professione religiosa.
Rut, con amore fedele fino alla
morte, compie una scelta difficile: sceglie il popolo di
Noemi e il suo Dio, quel Dio che, nel suo provvidenziale disegno di
salvezza, chiama a sé anche i pagani per farne dei figli di Abramo.
Rut stringe un patto per mantenere il legame affettivo
con la suocera.
La seconda scena si apre
con l’arrivo delle due donne a Betlemme al tempo della mietitura,
aprile-maggio, dopo un viaggio di ritorno silenzioso e assorto. Le
due donne sono poverissime, non hanno di che mangiare. Noemi è molto
triste; riconosciuta dalle conterranee, non vuole più essere
chiamata con il suo nome, ma chiede di essere chiamata Mara,
l’Amara.
Era partita da Betlemme piena
di speranza, di desiderio, di benessere, il Signore la fa
tornare vuota, la mano di Dio preme su di lei. Eppure Dio sta
portando avanti il suo progetto posando il suo sguardo benevolo
sulla giovane moabita che ha avuto il coraggio di lasciare
tutto per non abbandonare la suocera nella desolazione. Rut non si è
voltata indietro, anzi di offre per procurare il cibo a sé e alla
suocera.
Siamo al tempo della mietitura
dell’orzo e ai poveri e alle vedove è concesso di andare nei campi a
spigolare le spighe cadute o abbandonate. Rut, dopo aver ottenuto il
permesso dalla suocera, va e spigola dietro ai mietitori (2, 2). Da
autentica povera non ha pretese, raccoglie ciò che per gli altri è
superfluo come la cananea del vangelo (Mt 15, 21-28) che si merita
un grande elogio da Gesù.
Nella terza scena la
bontà e umiltà di Rut incrociano l’amabilità e la
cortesia di Booz il cui nome vuol dire in lui forza. Tutto
l’episodio si colloca in un’atmosfera di religiosità e di fede a
partire dal saluto che Booz scambia con i mietitori; fra loro c’è
uno scambio di bene, c’è la consapevolezza di essere creature di
Dio, viventi per lui.
Un semplice saluto rivela a quale
livello di comunicazione si incontrano le persone, quale attesa
hanno nel cuore.
Booz domanda di chi sia la donna
che ha visto spigolare dato che, secondo le usanze di Israele, una
donna deve stare sempre sotto tutela di un uomo. Rut non è più di
nessuno, ma si è rifugiata sotto le ali del Dio di Israele.
I mietitori fanno un vero elogio
della giovane, allora Booz la invita a rimanere nel suo
campo, senza vagare da un campo all’altro. Rimanere è il
verbo dell’amore e della fedeltà, stare dove siamo
chiamati a stare e lì imparare ad amare intensamente. Rut. Commossa
da una così delicata attenzione nei suoi riguardi, si prostra,
compie un gesto di sottomissione simile a quello compiuto da Abramo,
Mosè, Ezechiele davanti a Dio e a tutt’oggi ripetuto da sacerdoti e
vescovi durante l’ordinazione.
Trovare grazia agli occhi
di qualcuno significa che si è trovata grazia agli occhi di Dio.
Per la sua umiltà e tenerezza verso la suocera, Rut ha trovato
grazia davanti a Dio.
Il dialogo fra Booz e Rut è ricco
di umiltà. Evoca gli atteggiamenti frutto dello Spirito: “carità,
gioia, pace, longanimità, servizievolezza, bontà, fiducia negli
altri, dolcezza” (Gal 5, 22), si fonda sul rispetto, invita a
proteggere e a sentirsi protetti.
La quarta scena si incentra
sull’amore che nasce tra l’anziano Booz e Rut
con l’aiuto della saggia Noemi. Rut si fa bella, si profuma, si
avvolge in un manto e va, di notte, a mettersi ai piedi di Booz
addormentato sui covoni d’orzo. Quando verso mezzanotte Booz
si sveglia d’improvviso, Rut ne domanda la protezione, chiede
implicitamente di essere accolta come sposa.
La mezzanotte. Ci ricorda
madre Cànopi, è l’ora dell’arrivo dello Sposo, è l’ora
misteriosa scelta da Dio per far sentire, attraverso eventi
salvifici, la sua presenza tra gli uomini.
Booz, rabbrividendo, intuisce che
un intervento di Dio sta cambiando la sua vita. Egli riconosce Rut
benedetta del Signore per la sua disponibilità ad essere
strumento nelle mani di Dio. Rut vive la logica del dono e della
fedeltà del cuore. Per consentire discendenza al marito morto si è
rivolta al riscattatore anziano invece di desiderare una vita
coniugale più adatta alla sua età.
Nella quinta scena il
contratto di matrimonio viene stipulato alla presenza degli
anziani della città che fungono da testimoni e
augurano alla sposa di essere come Rachele e Lia, mogli di Giacobbe
che hanno edificato la casa d0Israele. Ora Rut è inserita nella
discendenza messianica. Il popolo di Israele rinasce da Rut, una
straniera. Da lei nascerà Obed, servo del Signore, padre di
Jesse, padre di Davide, da cui discenderà Gesù. Ella entrerà per
sempre a fare parte della storia di Israele e dei cristiani che
troveranno salvezza nel figlio di Dio, servo per amore.
La scrittura insegna a
nominare le generazioni. Chi ha fede scorge in ognuna di esse un
granello di necessità, un frammento del destino di Rut e del nostro.
Il messaggio di Rut
Il libro di Rut ci invita ad
interrogarci su alcuni problemi esistenziali e religiosi: il disegno
di Dio e libertà dell’uomo, fede e fedeltà, amore e sacrificio,
fecondità della sofferenza e valore della vita, universalismo della
salvezza, perseveranza nelle avversità, amore rispetto per gli
anziani.
Bibliografia
La Bibbia, Edizioni San paolo, Cinisello
Balsamo (MI), 2009
E. Bianchi, Gli amici del Signore,
Gribaudi, Torino, 1990
A.M. Cànopi, Sotto le ali del Dio di
Israele, Paoline, Milano, 2004
E. De Luca, Libro di Rut, Feltrinelli,
Milano, 1999
E. De Luca, Ora prima, Qiqajon, Magnano
(BI), 1997
E. De Luca, Nocciolo d’oliva,
Messaggero, Padova, 2002
M. Garzanio, Lazzaro, l’amicizia nella
Bibbia, Paoline, Milano, 1994
M. Magrassi, Bibbia e preghiera,
Ancora, Milano, 1990
C.M. Martini, Davide peccatore e credente,
Piemme, Casale Monferrato (AL), 1989
C.M. Martini, G.Sporschill, Conversione
notturna a Gerusalemme, Mondadori, Milano, 2008
C.M. Martini, L’evangelizzatore in San
Luca, Ancora, Milano, 1980
F. Mosconi, Oggi si è adempiuta questa
scrittura, EDB, Bologna, 1994
A. Patente, G. Gomez, Non è tempo di
trattare con Dio affari di poco conto, Romena, Pratovecchio (AR),
2006
S. Stevan, Giuda il mistero del tradimento,
Ancora, Milano, 2007
G. Zagrebelsky, Giuda il tradimento fedele,
Morcelliana, Brescia, 2007
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PRESENZA
NELL’UOMO DEL CRISTO E DEL SUO SPIRITO – di Stanislas Lyonnet – traduzione di
Mario, FEG Nicopeia – 7 maggio 2009
Se la “presenza divina” già nell’Antico Testamento
“caratterizza l’alleanza di Dio con il suo popolo”, al punto che ogni alleanza
si esprime mediante l’abitazione di Dio tra gli uomini (Es 25, 8: Essi mi
faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro. ; Nm 35,34: io sono il
Signore che dimoro in mezzo agli Israeliti ; ecc.), tuttavia lo stesso Antico
Testamento, come vedremo, annunciava per “la fine dei tempi” una presenza tutta
particolare di Dio nella comunità messianica e in ciascuno dei suoi membri. Una
tale presenza è stata certamente sentita, soprattutto da san Paolo, come la
novità, forse la più significativa novità, della rivelazione cristiana.
I
Questa fu
senza dubbio l’esperienza fondamentale di Paolo stesso, al momento della sua
conversione. Vi allude già nella lettera ai Galati, almeno se la traduzione che
ci sembra più probabile è corretta: “ Colui che dal seno materno mi ha messo a
parte e chiamato con la sua grazia si è degnato di rivelare in me il suo
Figlio” (Gal 1, 16). In ogni caso, la confidenza della lettera ai Filippesi non
lascia nessun dubbio (Fil 3, 3-12: [3]Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi
che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù,
senza avere fiducia nella carne, [4]sebbene io possa vantarmi anche nella carne.
Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: [5]circonciso
l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da
Ebrei, fariseo quanto alla legge; [6]quanto a zelo, persecutore della Chiesa;
irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge.
[7]Ma quello che poteva
essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo.
[8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della
conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte
queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9] e
di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma
con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da
Dio, basata sulla fede. [10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza
della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli
conforme nella morte, [11] con la speranza di giungere alla risurrezione dai
morti. [12] Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato
alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono
stato conquistato da Gesù Cristo.
Paolo non ci insegna
soltanto fino a che punto la sua conversione sia stata una rottura con il suo
passato nel giudaismo, ma anche in che cosa esattamente è consistita questa
rottura. Per il Cristo ha “accettato di perdere tutto”; ha rinunciato a tutti i
vantaggi che fino ad allora, come credeva, gli avrebbero assicurato la salvezza:
l’appartenenza al popolo eletto grazie alla discendenza carnale e alla
circoncisione, l’irreprensibile osservanza della legge (v. 6), “superando nello
zelo i miei compatrioti”, aggiunge in Gal 1, 14. Ma in questo modo ha
“guadagnato il Cristo”: “spogliato di ogni giustizia propria”, quella che
sperava di garantirsi un tempo mediante l’osservanza della legge data da Dio, si
“è trovato nel Cristo in possesso di una giustizia che viene da Dio”, una
giustizia che “deriva dalla fede e che è basata sulla fede” (v. 9); questa in
realtà non è più il risultato di una attività essenzialmente mia; suppone che un
Altro è morto e risorto per me e che mi comunica la sua vita di risuscitato,
chiedendomi soltanto di accogliere questa vita con un atto della mia libertà,
che è l’atto di fede in senso paolino. E’ ciò che il versetto 10 chiama
“conoscere Cristo con la potenza della sua risurrezione e la comunione con le
sue sofferenze”. Paolo ha “sperimentato” questo potere del Cristo morto e
risorto la cui vita è diventata la sua stessa vita; “configurato alla morte di
Cristo”, che fu per Paolo essenzialmente un atto supremo di amore, partecipa già
alla sua risurrezione che l’ha fatto “uscire di tra i morti” per vivere di una
“vita nuova con Cristo (Rm 6, 4), … essenzialmente identica alla vita del Cristo
glorificato (cf. Col 3, 1: Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose
di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio", sebbene non sia
ancora sbocciata nel suo splendore eterno.
Così aveva dichiarato nella stessa epistola: “Per me il
vivere è Cristo” (Fil 1, 21), e ancora più chiaramente, dall’epistola ai Galati:
”Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in
me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha
amato e ha dato se stesso per me.” (Gal 2, 20). Anche in questo caso il contesto
è quello della polemica antigiudaizzante. A una concezione della giustificazione
nella quale questa è considerata, pur essendo un dono di Dio, come una conquista
dell’uomo mediante l’osservanza di una legge imposta dal di fuori, “incisa sulle
tavole di pietra”, Paolo oppone un’economia in cui l’uomo è giustificato
nell’esatta misura in cui la propria vita diventa quella di Cristo, una vita che
Paolo accoglie, fa sua in una qualche modo, “nella fede del Figlio di Dio, che
mi ha amato e ha dato la sua vita per me” (Gal 2, 20b).
Ebbene, ciò che Paolo dice parlando di sé, non esita ad applicarlo a tutti i
cristiani. L’unione, cioè l’identificazione del cristiano con Cristo, nel senso
in cui ne abbiamo appena parlato, costituisce uno dei punti essenziali e dei più
frequentemente ricordati del suo evangelo. Le espressioni sono diverse. La
formula “in Cristo Gesù” o altre equivalenti è una di queste: praticamente
ignorata dagli altri scritti del Nuovo Testamento, compresa la lettera agli
Ebrei , ricorre invece 160 volte nelle tredici lettere paoline, assumendo,
secondo il contesto, sfumature di significato che non è sempre agevole
determinare con certezza.
Un’altra formula, altrettanto tipica paolina, è quella che definisce la comunità
ecclesiale come “il corpo di Cristo”: essa intende affermare, in realtà, il
mistero dell’unità di Cristo e dei cristiani tra di loro. Paolo non l’ha trovata
al primo colpo.
In Gal 3, 27-28, per esempio, esprime questa stessa doppia unità senza ricorrere
alla metafora del corpo: tutti i battezzati formano con Cristo “un solo essere
vivente” (, al maschile), “di un’unità più profonda che se formassero un solo
corpo”, commenta Giovanni Crisostomo. Nella prima lettera ai Corinti e nella
lettera ai Romani l’Apostolo utilizza per lo stesso scopo la ben nota apologia
ellenistica. Tuttavia, tra gli autori profani, la metafora del corpo serviva
soltanto ad illustrare ”l’idea di interdipendenza e di solidarietà dei diversi
elementi nel seno di una certa unità”, e l’unità in questione non andava oltre
all’unità morale. Invece, in san Paolo, il confronto del corpo serve allo stesso
tempo a spiegare l’unità di ciascun cristiano con Cristo (cfr. 1Cor 6,15-17:
[15]Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le
membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! [16] O non
sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due
saranno, è detto, un corpo solo. [17] Ma chi si unisce al Signore forma con lui
un solo spirito.; 1Cor 10, 17: Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti,
siamo un corpo solo); in 1Cor 12, 12. 27 L’apostolo sembra anche identificare la
comunità (locale) con la persona del Cristo: quella forma “un corpo che è il
Cristo” (con un genitivo di specificazione), “Ora voi siete corpo di Cristo e
sue membra, ciascuno per la sua parte.” Non era possibile sottolineare meglio
l’immanenza di Cristo nella Chiesa, forse anche a spese della trascendenza,
mentre nello stesso periodo gli Stoici dichiaravano, in un senso più o meno
panteista, come Seneca all’amico Lucilio: “Il tutto che ci contiene è uno, è
Dio: noi ne facciamo parte, ne siamo le membra”; o ancora: L’universo che tu
vedi, che abbraccia gli esseri divini e umani, è uno: noi siamo le membra di un
grande corpo”. In ogni caso, in Rm 12,5, Paolo modifica leggermente
l’espressione : “così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in
Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri”.
L’espressione definitiva: “il corpo del Cristo” (con i due articoli, του ριστου)
compare con le lettere ai Colossesi e agli Efesini (Ef 4, 11-13: [11] E` lui che
ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti,
altri come pastori e maestri, [12]per rendere idonei i fratelli a compiere il
ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, [13]finché arriviamo tutti
all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo
perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.; Cfr. Col 1,
18.24: [18]Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa. [24]Perciò sono
lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello
che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.;
ecc.). La Chiesa, l’insieme della Chiesa, forma con il Cristo risorto un’unità
talmente intima che si può esprimere mediante l’unità che esiste tra una persona
umana e il suo corpo. La trascendenza è qui pienamente salvaguardata, poiché “io
non sono il mio corpo”; oltre al fatto che, in queste stesse lettere, viene
riservato un posto speciale al Cristo, in quanto testa (1Col 1,18 Egli è anche
il capo del corpo; 2,19 …senza essere stretto invece al capo, dal quale tutto il
corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami,
realizzando così la crescita secondo il volere di Dio.Ef 1,23 [22]
Tutto infatti ha sottomesso
ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, [23]la
quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte
le cose.; ecc.).
Infine, Ef 1,23 precisa il senso della metafora della testa e del corpo
applicata alla Chiesa con l’aiuto di un’altra nozione introdotta sotto forma di
apposizione, la nozione di “pienezza”: la Chiesa è “la pienezza del Cristo”,
cioè, essa è riempita da Cristo, come Cristo stesso è riempito da Dio, secondo
il significato che ritengo più probabile, esattamente come Paolo spiega in Col
2,9 , dicendo che “nel Cristo abita la pienezza della divinità e che il Lui i
cristiani sono associati a questa pienezza”. In altre parole, tutto ciò che c’è
in Dio è nel Cristo, e tutto ciò che è nel Cristo è nella Chiesa, corpo di
Cristo. Il rapporto tra la Chiesa e Cristo è analogo al rapporto tra Cristo e
Dio Padre. Allo stesso modo, nel quarto vangelo, per spiegare i rapporti tra i
cristiani e lui, il Cristo invoca ogni volta il suo rapporto con il Padre: (Gv
6,57): Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così
anche colui che mangia di me vivrà per me.. [14] Io sono il buon pastore, conosco
le mie pecore e le mie pecore conoscono me, [15] come il Padre conosce me e io
conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. Gv 10,14-15 . [14] Io sono il
buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, [15] come il
Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. Gv 14,20:
In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Gv
17,21-23: [21] perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io
in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai
mandato.
[22] E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi
una cosa sola. [23] Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il
mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
La presenza di Cristo nella Chiesa e in ogni cristiano è legata per san Paolo,
come pure per san Giovanni, alla presenza attiva dello Spirito. Essa fa di ogni
cristiano un figlio di Dio in senso proprio, permettendogli di rivolgersi a Dio
con lo stessa espressione con cui il Figlio unico si rivolgeva al suo Padre:
Abba (Ga 4,6: E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei
nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! ; Rm 8,14-15:
[14]T utti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono
figli di Dio. [15] E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere
nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale
gridiamo: «Abbà, Padre!».). La preghiera di Cristo diventa la preghiera del
cristiano perché, in realtà, è Cristo stesso che in ciascuno di noi, nello
Spirito, prega il Padre suo, così come è lui che, nello Spirito, ama gli uomini
e il suo Padre. Così Paolo scrive ai Romani che “l’amore di Dio (l’amore che Dio
ha per noi) è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo
datoci in dono “(Rm 5, 5). Sant’Agostino, che ha sempre manifestato una
predilezione particolare per questo versetto, vi vede, giustamente,
l’affermazione della presenza nei nostri cuori dell’amore di Dio mediante la
carità fraterna. L’invoca, per esempio, commentando 1Gv 3, 24: “…E da questo
conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato”, e mostra che
“l’opera dello Spirito nell’uomo consiste precisamente nel mettere in lui la
dilezione della carità”
Sempre nello stesso senso, san Paolo aveva detto di se stesso e degli operai
apostolici: “L’amore di Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14a). L’amore di Cristo,
cioè l’amore con cui Cristo ci ha amati fino a morire per noi (cfr. ibid. v.
14b), tiene l’Apostolo “stretto” e quasi “inchiodato”, strappandolo a se stesso
per lanciarlo nell’opera alla quale Cristo lo chiama, l’opera che Dio aveva
affidato al proprio Figlio e che deve essere condotta a termine, la
“riconciliazione del mondo” (ibid., vv. 18-20); anzi, san Paolo sembra che
attribuisca al verbo συνεχειν, tradotto con “stringere”, il significato che
aveva assunto nella terminologia della filosofia popolare, come per esempio nel
passo in cui la Sapienza afferma dello “Spirito del Signore” che riempiendo
l’universo, tiene unite tutte le cose” (Sap 1, 7): il ruolo che gli
Stoici attribuivano a questo fluido immanente nel mondo che essi chiamavano
“spirito” e che il saggio attribuiva allo stesso Spirito di Yahvé, Paolo
l’attribuisce all’amore stesso che Cristo ha per noi, incarnazione di quell’
“amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito datoci in dono,
amore che la teologia chiamerà “teologale” perché ci unisce immediatamente a
Dio”, cioè a ciò che è in Dio, se possiamo dire così, dato che “Dio è amore” (1
Gv 4,8).
II
L’abbiamo accennato fin
dall’inizio, san Paolo aveva scorto in questa presenza attiva di Cristo e dello
Spirito nell’uomo una cosa tanto radicalmente nuova che la sua conversione aveva
segnato per lui una vera rottura rispetto al giudaismo che egli aveva vissuto
tanto intensamente. Ma egli non poteva non riconoscervi allo stesso tempo il
compimento di ciò che l’Antico Testamento annunciava per i tempi messianici.
L’Antico Testamento in realtà aveva evocato in diversi momenti un’alleanza
futura (fin da Osea 2, 16-25: [16] Perciò, ecco, la attirerò a me, / la condurrò
nel deserto / e parlerò al suo cuore. / [17] Le renderò le sue vigne / e
trasformerò la valle di Acòr / in porta di speranza. / Là canterà / come nei
giorni della sua giovinezza, / come quando uscì dal paese d'Egitto. / [18] E
avverrà in quel giorno / - oracolo del Signore - / mi chiamerai: Marito mio, / e
non mi chiamerai più: Mio padrone. / [19] Le toglierò dalla bocca / i nomi dei Baal, / che non saranno più ricordati. / [20] In quel tempo farò per loro
un'alleanza / con le bestie della terra / e gli uccelli del cielo / e con i
rettili del suolo; / arco e spada e guerra / eliminerò dal paese; / e li farò
riposare tranquilli. / [21] Ti farò mia sposa per sempre, / ti farò mia sposa /
nella giustizia e nel diritto, / nella benevolenza e nell'amore, / [22] ti
fidanzerò con me nella fedeltà / e tu conoscerai il Signore. / [23] E avverrà in
quel giorno / - oracolo del Signore - / io risponderò al cielo / ed esso
risponderà alla terra; / [24] la terra risponderà con il grano, / il vino nuovo e
l'olio / e questi risponderanno a Izreèl. / [25] Io li seminerò di nuovo per me
nel paese / e amerò Non-amata; / e a Non-mio-popolo dirò: Popolo mio, / ed egli
mi dirà: Mio Dio. / ),
alleanza di pace (ad es. Is 54, 10: Anche se i monti si spostassero e i colli
vacillassero, / non si allontanerebbe da te il mio affetto, / né vacillerebbe la
mia alleanza di pace; / dice il Signore che ti usa misericordia.),
alleanza eterna ( Is 55, 3: Porgete l'orecchio e venite a me, / ascoltate e voi
vivrete. / Io stabilirò per voi un'alleanza eterna, / i favori assicurati a
Davide.; Ger 32, 40: Concluderò con essi un'alleanza eterna e non mi allontanerò
più da loro per beneficarli; metterò nei loro cuori il mio timore, perché non si
distacchino da me.; Ez 37,26: Farò con loro un'alleanza di pace, che sarà con
loro un'alleanza eterna. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio
santuario in mezzo a loro per sempre.),
alleanza nuova (Ger 31, 31: Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali
con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova.)
Quest’ultimo passo, unico in cui si trova l’espressione “alleanza nuova”, e al
quale naturalmente si riferiscono i testi del Nuovo Testamento o di Qumran che
ne parlano, l’oppone, anche con una grande precisione all’alleanza antica.
Entrambe sono definite, secondo la formula giudaica come “dono della legge”, il
mattan torah. Ma, mentre sul Sinai Dio aveva comunicato la sua legge,
espressione della propria volontà, come una norma esteriore all’uomo, Geremia
dichiara: “Dopo quei giorni metterò la mia legge nel fondo del loro essere, la
inciderò sul loro cuore: Allora sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo (Ger
31,33). Dio non si accontenterà quindi di promulgare la sua legge dall’esterno,
come solitamente sono promulgate le leggi; la porrà nell’intimo stesso
dell’uomo; la inciderà non più sulle tavole di pietra, ma sul cuore di ogni
israelita. La mediazione di un semplice uomo, come era stata quella di Mosè non
sarebbe più bastata; il rinnovamento interiore esige un intervento personale di
Dio in ciascun membro della comunità messianica. La stessa cosa l’aveva predetta
in altri termini anche il Deuteronomio, quando, invece di proclamare il precetto
che riassumeva tutta la legge: “Circoncidete il vostro cuore” (Dt 10, 16),
annunciava per l’avvenire: “Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il
cuore della tua posterità, così che tu ami il Signore tuo Dio con tutto il tuo
cuore e con tutta la tua anima, affinché tu viva” (Dt 30,6) O ancora Ezechiele,
una ventina d’anni dopo Geremia, quando riprenderà la formula del suo
predecessore, sostituendovi il termine ‘spirito’ a quello di ‘legge’: Ez
36,26-27: [26]Farò con loro un'alleanza di pace, che sarà con loro un'alleanza
eterna. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro
per sempre. [27] In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi
saranno il mio popolo. Il dono della “legge incisa sul cuore” è esattamente
identico al dono dello stesso Spirito di Yahvé. La conseguenza si impone: se la
legge di Dio è interiorizzata fino a questo punto, se lo stesso Spirito di Dio
diventa il principio del nostro agire morale, allora è chiaro che, nella misura
in cui sarà compiuta questa interiorizzazione, – che comunque non sarà mai
completa quaggiù, mentre saremo “in un corpo mortale” (Rm 6,12) – la nostra
condotta si conformerà necessariamente alla legge di Dio, cioè alla sua volontà.
E’ esattamente ciò che afferma Geremia: “In quel tempo non dovranno più
istruirsi reciprocamente dicendosi l’un l’altro: Conoscete Yahvé! Perché tutti
mi conosceranno dal più piccolo al più grande” (Ger 31, 33-34); e più
chiaramente ancora , se fosse possibile, Ezechiele: “Porrò il mio spirito dentro
di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in
pratica le mie leggi.” (Ez 36, 27).
“Non dovranno più istruirsi a vicenda”, perché ormai Dio in persona si farà loro
maestro, e un maestro, come abbiamo visto, che è presente e agisce all’interno
dell’uomo. Il tema è familiare nella Bibbia: Isaia 48,17:; Is 54,13: Tutti i tuoi figli
saranno discepoli del Signore, / grande sarà la prosperità dei tuoi figli;
citato da Gv 6,45: Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio;
Is 55,1-3, che annuncia “l’alleanza eterna”: [1]O voi tutti assetati venite
all'acqua, / chi non ha denaro venga ugualmente; / comprate e mangiate senza
denaro / e, senza spesa, vino e latte. /[2]Perché spendete denaro per ciò che
non è pane, / il vostro patrimonio per ciò che non sazia? / Su, ascoltatemi e
mangerete cose buone / e gusterete cibi succulenti. / [3]Porgete l'orecchio e
venite a me, / ascoltate e voi vivrete. / Io stabilirò per voi un'alleanza
eterna, / i favori assicurati a Davide.;
Ct 8,2: Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; / m'insegneresti
l'arte dell'amore. / Ti farei bere vino aromatico, /del succo del mio
melograno.;
Sal 32,8: Ti farò saggio, t'indicherò la via da seguire; / con gli occhi su di
te, ti darò consiglio, ecc;
allo stesso modo, il tema della Sapienza che invita alla sua mensa, che è una
variante dello stesso tema. Pr 9, 2-6: “[1]La Sapienza si è costruita la casa, /
ha intagliato le sue sette colonne. / [2]Ha ucciso gli animali, ha preparato il
vino / e ha imbandito la tavola. / [3]Ha mandato le sue ancelle a proclamare /
sui punti più alti della città: / [4]«Chi è inesperto accorra qui!».
A chi è privo di senno essa dice: / [5]«Venite, mangiate il mio pane, / bevete
il vino che io ho preparato. / [6]Abbandonate la stoltezza e vivrete, / andate
diritti per la via dell'intelligenza».
Sir 24, 19-21: [19]Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, / il
possedermi è più dolce del favo di miele. / [20]Quanti si nutrono di me avranno
ancora fame / e quanti bevono di me, avranno ancora sete. / [21]Chi mi obbedisce
non si vergognerà, / chi compie le mie opere non peccherà».
A tutte queste
espressioni fa eco il Nuovo Testamento, applicandole a Cristo che comunica la
propria vita e il proprio amore ai cristiani.
Non sempre è stato
sottolineato fino a quale punto i due oracoli di Geremia e di Ezechiele, che
proclamano questa presenza di Dio e del suo Spirito nell’uomo, guidano e
chiariscono molte affermazioni di san Paolo e di san Giovanni. Naturalmente sono
citati i passi che vi si riferiscono direttamente o indirettamente, come Gv
6,45, che richiama il passo parallelo di Is 54,13, oppure 2 Cor 3, 3-7 che
oppone “il ministero della morte scolpito con lettere sulla pietra” e il
“ministero dello Spirito” collegato esplicitamente alla “nuova alleanza”. Si
pensa invece meno spesso che la lettera ai Romani riprende questa stessa
opposizione tra la “vetustà della lettera” e la “novità dello Spirito”, già in
Rm 2, 29, a proposito dei pagani che osservano i comandamenti della legge senza
conoscerli, poi in Rm 7, 6 nel versetto che annuncia gli sviluppi del capitolo 8
sull’esistenza cristiana concepita come una vita nello Spirito. Ma, in realtà, è
fin da tutta la sua prima lettera (1Tess 4, 8-9: [8] Perciò chi disprezza queste
norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo
Spirito.[9] Riguardo all'amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi
stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri) che possiamo
vedere l’Apostolo ispirarsi direttamente alle due profezie in questione.
Questo passo è molto significativo. San Paolo ricorda ai fedeli di Tessalonica
“l’insegnamento che ha dato loro sul modo di vivere che piace a Dio” e che essi
osservano già nella loro condotta (v. 1): “La volontà di Dio, spiega, è la
vostra santificazione” (v. 3), non soltanto nel senso che la loro santificazione
è voluta da Dio, ma che “il volere di Dio realizza la santità”, come annota
giustamente la Bibbia di Gerusalemme e come san Paolo dirà loro nella seconda
lettera: “Dio vi ha scelti per essere salvati dallo Spirito che santifica” (2 Ts
2,13). Così, aggiunge l’Apostolo, “colui che rifiuta” di lasciarsi santificare
così “non rifiuta un uomo, ma Dio che vi fa dono del suo Spirito Santo” (v.8):
un tale rifiuto non è dunque soltanto una disubbidienza a un comandamento, anche
se donato da Dio stesso; ma si oppone a un’attività di Dio che agisce nel cuore
stesso del cristiano mediante il dono che gli ha fatto del Suo Spirito; e il
participio presente (τον και διδοντα) preferito dagli editori al participio
aoristo sottolinea la continuità di questa attività di Dio operante nell’intimo
del nostro essere mediante il suo Spirito, come annunciava Ezechiele per i tempi
messianici.
Il versetto seguente si riferisce non meno chiaramente a ciò che Geremia
annunciava sul dono della legge incisa sul cuore in virtù del quale gli uomini
non avrebbero più avuto bisogno di istruirsi reciprocamente, essendo
direttamente istruiti da Dio: “Riguardo all'amore fraterno, non avete bisogno
che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli
altri” (1Ts 4,9). I Tessalonicesi non hanno soltanto appreso l’esistenza di un
precetto divino che impone l’amore per il prossimo; Dio stesso ha insegnato loro
ad amarsi mettendo nel fondo del loro essere la sua legge (Geremia), il suo
stesso Spirito (Ezechiele), detto in altre parole comunicando loro mediante
Cristo nello Spirito il suo stesso amore, al punto che con san Paolo ciascuno di
loro può dire: “Non sono più io che amo, ma Cristo ama in me” (Cfr. Gal 2, 20).
In questa luce, si capisce agevolmente perché nell’epistola ai Galati san Paolo
fonda la figliazione del cristiano e, pertanto, la sua libertà sul dono dello
Spirito (Gal 4, 6-7: [6] E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha
mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!
[7]Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per
volontà di Dio. ; Rm 8, 14-15: [14] Tutti quelli infatti che sono guidati dallo
Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. [15] E voi non avete ricevuto uno
spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da
figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!»), dono
caratteristico della “nuova alleanza”, esattamente come la figliazione d’Israele
e la sua libertà erano fondate sulla prima alleanza, caratterizzata dal dono
della legge . Non ci si deve più stupire che questa libertà del cristiano sia
essenzialmente e al tempo stesso affrancamento dalla legge e compimento della
legge, come Paolo spiega in Rm 8, 2-4: [2] Poiché la legge dello Spirito che dà
vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte.
[3]Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva
impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne
simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il
peccato nella carne, [4]perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che
non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito.
E’ vero che questo testo ha messo in difficoltà e ancora mette in difficoltà più
di un esegeta; ma il senso diventa chiaro quando vi si legge “come un riassunto
di Ger 31, 33 e di Ez 36, 27” (Traduzione Ecumenica della Bibbia).
Il v. 2 proclama innanzitutto la liberazione del cristiano mediante ciò che
Paolo chiama “la legge di Spirito della vita”, cioè, “la legge che è lo
Spirito”, ossia la legge incisa sul cuore, annunciata da Ger 31,33, identificata
da Ez 36,27 con lo stesso Spirito di Yahvé e la cui visione delle ossa
disseccate in Ez 37, 1-14 mostra fino a che punto sia uno Spirito capace di dare
la vita. Il v. 4 indica lo scopo che Dio si proponeva quando poneva lo Spirito
nelle profondità del nostro essere: “affinché il comandamento della legge fosse
compiuto in noi”. Si tratta dello stesso scopo indicato da Geremia e da
Ezechiele per il dono della legge interiore o dello Spirito di Yahvé. Ma Paolo
ha scelto di proposito una serie di espressioni molto sfumate. Due di esse
meritano di essere messe in rilievo. Innanzitutto, invece di parlare al plurale,
secondo la formula corrente, dei “comandamenti della legge” (come la versione
dei Settanta fa in Ger 31, 33, che traduce “metterò le mie leggi nel fondo della
loro anima”) Paolo usa il singolare: “il comandamento della legge”, poiché “un
solo precetto contiene tutta la legge nella sua pienezza”, come aveva ricordato
in Gal 5, 14 e lo ripete in Rm 13,8-10. Ma soprattutto, mette il verbo al
passivo: “il comandamento è compiuto”, poiché un tale compimento è ai suoi occhi
molto meno opera nostra che opera dello Spirito, “il quale, producendo in noi la
carità, pienezza della legge, è il Nuovo Testamento”..
Si può ritrovare agevolmente in san Giovanni, sebbene con termini differenti, la
medesima dottrina. E’ noto, per esempio, il posto che nel quarto Vangelo occupa
il dono dello Spirito. Fin dal prologo il Cristo è presentato, in opposizione a
Mosè “Perché la legge fu data per mezzo di Mosé, la grazia e la verità vennero
per mezzo di Gesù Cristo”; Mosè da la legge, da Cristo vengono la grazia e la
verità” (Gv 1,17), da lui, spiega Giovanni il Battista, che deve “togliere il
peccato del mondo”, “battezzando nello Spirito” (1, 29.33), Senza poi contare la
conversazione con Nicodemo e la menzione di una “nuova nascita dall’acqua e
dallo Spirito” (3,5), fino all’espressione insolita con la quale descrive la
morte di Gesù : “emise lo spirito” (19,30): in tal modo indicava che “l’ultimo
sospiro di Gesù prelude all’effusione dello Spirito (Bibbia di Gerusalemme),
come d’altra parte è sottolineato piuttosto manifestamente dall’episodio del
costato trafitto, dal quale “uscì sangue e acqua”, con la duplice allusione al
rituale della prima Pasqua e alla profezia di Zaccaria 13,1, che predice che “In
quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una
sorgente zampillante per lavare il peccato e l'impurità.” (Cfr. Zc 14,8: In quel
giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte verso il mare
orientale, parte verso il Mar Mediterraneo, sempre, estate e inverno. ed Ez 47,
1ss: [1] Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del
tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso
oriente. Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte
meridionale dell'altare. [2] Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi
fece girare all'esterno fino alla porta esterna che guarda a oriente, e vidi che
l'acqua scaturiva dal lato destro.).
In verità Gesù è proprio colui che Giovanni Battista annunciava: “l’Agnello di
Dio che toglie il peccato dal mondo battezzando nello Spirito”. Infine, la sera
della Pasqua, Cristo comunica alla sua Chiesa lo stesso potere di dare lo
Spirito, per rimettere i peccati (Gv 20,22-23: [22] Dopo aver detto questo, alitò
su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; [23] a chi rimetterete i peccati
saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».)
Ma nella prima lettera giovannea il riferimento a Ezechiele e a Geremia, come
in san Paolo, diventa manifesto. Il padre Boismard notava: “Giovanni ha
scientemente presentato nella sua lettera i rapporti tra Dio e gli uomini come
il compimento delle profezie di Geremia e di Ezechiele sull’Alleanza nuova”. Più
recentemente, il padre de la Potterie, studiando 1Gv 2,12-14 , riteneva che
“quasi tutti gli elementi di questi versetti hanno qualche punto di contatto con
l’uno o l’altro di questi due testi profetici”. Si tratta in realtà non soltanto
di una sola pericope ma di tutta la lettera, le cui affermazioni ricevono una
nuova luce. Così 1Gv 2,20: “Ora voi avete l'unzione ricevuta dal Santo e tutti
avete la scienza.”; e nuovamente al v. 27: “ l'unzione che avete ricevuto da lui
rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua
unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in
lui, come essa vi insegna”.. E più ancora, senza dubbio in 1Gv 5,20, conclusione
della lettera: “Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato
l'intelligenza (την διανοιαν) per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero
Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna”.Il P.
Boismard sottolinea il parallelo con Ger 24,7: “Darò loro un cuore (καρδιαν) per
conoscere che io sono Yahvé. Essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio,
perché ritorneranno a me con tutto il cuore”. La dianoia, unico caso
dell’uso di questa parola in Giovanni, corrisponde al kardia di Geremia.
Ma l’accostamento non è meno forte con Ger 31,33, dove i Settanta traducono:
“Darò le mie leggi nel loro dianoia ( unico caso in cui è stato così
tradotto il termine ebraico) e le inciderò sul loro kardia”. Concludendo,
se il cristiano “conosce Dio” (2,3; 4,7-8; 5,20), “osserva i suoi comandamenti
(2,3), “non pecca” (3,5-6), “Si comporta come il Cristo si è comportato (2,6),
secondo il comandamento allo stesso tempo antico e nuovo (2,7; cfr. Gv 13,15.34:
[15]Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.
[34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho
amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.), significa che “è nato da Dio”
(4,7), che “Dio dimora in lui” e che lui stesso “dimora in Dio” (2,3; 3,5. 24;
4,12-13), che “l’unzione che viene dal Santo dimora in lui” e “lo istruisce su
tutto” (2,27), che “Dio gli ha dato del suo Spirito” (3,24; 4,13), che “in lui
l’amore di Dio raggiunge la sua perfezione” (2,5), ecc.
Così, per Giovanni come per Paolo, la presenza di Dio nell’uomo mediante il
Cristo nello Spirito costituisce l’essenziale del messaggio di salvezza che Gesù
Cristo ha affidato ai suoi Apostoli perché lo annuncino al mondo. Questo è il
senso pieno che verosimilmente san Paolo attribuisce all’espressione della
lettera ai Colossesi: “il Cristo in voi” (Col 1,27). Essa significa certamente
che il messaggio un tempo riservato a Israele è ugualmente predicato ai pagani,
ma anche precisa allo stesso tempo il contenuto di questo messaggio: Cristo,
sorgente unica di salvezza per gli Ebrei come per i pagani è diventato ormai la
vostra vita, comunicandovi il suo Spirito che è lo stesso Spirito di Dio e
consentendovi , in virtù di questa presenza attiva nel più intimo del vostro
essere, di “condurre una vita degna del Signore”, di “piacere a Dio” e di
compiere la sua volontà (Col 1,9-10), cioè, concretamente, di “amarvi gli uni
gli altri come Cristo vi ha amato”. Questo è ugualmente il senso pieno della
confessione di fede ricordata per esempio in Rm 10,9: “se confesserai con la tua
bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha
risuscitato dai morti, sarai salvo.” Proclamare la Signoria di cristo e la sua
risurrezione dai morti non significa soltanto affermare la divinità di Cristo e
la realtà storica di un evento del passato, ma è anche affermare, come faceva
Paolo secondo le parole di Festo (At 25,19) che “questo Gesù che è morto” è
ancora oggi “un essere vivente”: un vivente certamente “alla destra del Padre”
che non cessa “di intercedere per noi” (Rm 8,34), ma anche un vivente nel seno
della sua Chiesa e nel cuore di ognuno dei suoi discepoli.
Presenza attiva che comanda l’agire morale del cristiano, la sua condotta, il
suo περιπατειν ed esige di conseguenza da parte sua una docilità continua.
L’attività divina è prima a tutti gli effetti. Ancora, è necessario che, dato
che questa attività si esercita nel cuore della nostra libertà, quest’ultima
l’accolga e vi partecipi.” Il comandamento della legge è compiuto in noi”, ma,
aggiunge san Paolo, “per noi che camminiamo secondo lo Spirito e non secondo la
carne” (Rm 8,4). I versetti successivi mostrano che una tale docilità del
cristiano allo Spirito non si dà senza una lotta incessante, come Paolo aveva
ricordato in Gal 5,17-24: [17] la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito
e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a
vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
[18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge.
[19] Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità,
libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia,
dissensi, divisioni, fazioni, [21] invidie, ubriachezze, orge e cose del genere;
circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non
erediterà il regno di Dio. [22] Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia,
pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23] contro
queste cose non c'è legge.
[24] Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue
passioni e i suoi desideri. In realtà, il cristiano può cessare di essere
“animato dallo Spirito” e di subirne le conseguenze: “se vivete secondo la
carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le
opere del corpo, vivrete” (Rm 8,13). Paolo osa persino parlare di
mortificazione: se fate morire le opere del corpo – le opere dell’uomo vecchio –
vivrete. Allo stesso modo aveva dichiarato ai Galati (5,24): “quelli che sono di
Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi
desideri.”
Soltanto che, va notato, questa mortificazione come questa crocifissione è in
noi l’opera non della legge ma dello Spirito. Ogni attività del cristiano,
soprattutto per la fede, il cui sacramento è il battesimo e per l’esercizio
delle virtù cristiane, in particolare della carità, il cui sacramento è
l’Eucarestia, è orientata ad accogliere e ad alimentare in noi la presenza
attiva del Cristo e dello Spirito.
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Riflessioni sull’impegno – di Carmela (FEG Assunta)
– 20 marzo 2009
Nelle Fraternità spesso si obietta: perché l’impegno? Non basta il Battesimo?
Perché il Libro di Vita se c’è già il Vangelo? Come potrò nella mia vita piena
di impegni familiari e di lavoro trovare tempo e spazio per la preghiera
personale e liturgica?
Queste domande non son dappoco, vanno prese in
considerazione.
Vorrei provare a rispondere proprio a partire
dalla preghiera di adesione e impegno.
In un primo momento vorrei guardarla nella sua
struttura per poi fermarci sui singoli aspetti.
La preghiera è costituita da quattro punti.
1 – Inizia con una proclamazione personale di
fede, di fiducia, un “io credo” nella potenza salvifica e vivificante della
Trinità che accolgo in me.
2 – Rispondo a questo “oceano di fuoco e
d’amore” a partire dalla mia vocazione battesimale che mi unisce alla Chiesa
universale, a quella locale, alla città e ai fratelli cristiani e non. Il
cristiano ha nel suo DNA l’ecumenismo.
3 – Mi sforzo, cerco di seguire un progetto
coniugato al futuro, segno di una speranza che mi abita e mi muove pur nella
fragilità: vivere il Vangelo nell’oggi di Dio.
4 – Pongo il mio impegno sotto la protezione
di Maria che San Francesco chiama “La Vergine fatta Chiesa”. E’ lei, specie
nella Visitazione, l’immagine perfetta della creatura che si mette al servizio
degli altri per amore. Canto lode e gloria alla Trinità che mi inabita.
Credo, battesimo, Vangelo, Eucarestia e
preghiera, questi cinque pilastri non appartengono solo alle Fraternità
Monastiche e Evangeliche di Gerusalemme, ma a ogni cristiano. Sono tra le pietre
fondanti della Chiesa tutta, tramite esse diventiamo, a nostra volta, “pietre
vive”.
Eucarestia, preghiera personale, liturgica e
comunitaria, adorazione, incontri di Fraternità, ritiri, “Libro di Vita”, sono
tutti doni spirituali di cui Dio ci fa grazia, che accolti in una vita
evangelica fatta di servizio, semplicità, accoglienza, vissuti nella Chiesa
locale e tra i fratelli, ci aiutano a essere nella storia, con le nostre qualità
e i nostri limiti, testimoni gioiosi del Vangelo.
Il Battesimo, come ogni altro sacramento, non
è statico, ma dinamico. E’ segno, via che ci conduce ad una realtà spirituale.
Mediante la grazia battesimale siamo chiamati
lungo la nostra vita a fare emergere il seme dell’uomo nuovo posto in noi; siamo
invitati a crescere “in Cristo”, a guardare a Lui, a rispondere al suo amore.
La risposta richiede libertà e responsabilità.
Assumere come laici un impegni pubblico nella
Chiesa manifesta la nostra volontà di rispondere “eccomi” alla chiamata di Dio.
Laico non è un termine, come spesso si pensa,
opposto a credente e nemmeno ha in sé un valore gerarchico: laico opposto a
clero, anche se per lungo tempo lo ha avuto. Viene dal greco laos,
popolo. Significa la maggioranza del popolo. Nei primi secoli dell’esperienza
cristiana esprimeva la vita della maggioranza del popolo, quel popolo che si
sapeva già salvato dalla Croce di Cristo. Popolo di Dio, dirà secoli dopo il
Vaticano II.
Rispondiamo liberamente si o no al Signore che
ci ha chiamati qui, a Gerusalemme, attratti dal silenzio adorante, dalla gioia
trasmessa dai monaci, dalla bellezza e profondità della liturgia e del canto
polifonico, questi ultimi due, ponti tra la Chiesa d’Oriente e d’Occidente.
Perché qui e non altrove, nella parrocchia o
in un movimento ecclesiale, rimane un mistero racchiuso nel cuore di Dio.
Sappiamo però che rispondere a Dio ha a che fare con l’amore e come ogni amore
autentico presuppone una scelta da rivedere, verificare, approfondire; indica
un cammino sempre da ricominciare.
Per questo rinnoviamo l’impegno ogni anno. Pur
sapendo che tutto sarà imperfetto, povero, limitato, rischio il mio sì.
Mi impegno in prima persona perché il mio sì
possa diventare un “noi”, possa essere Fraternità.
Mi impegno nella Chiesa che è nostra madre, è
l’utero, il grembo che mi accoglie e mi tesse perché diventi sempre più Figlio-a
del Padre.
E una volta divenuta tale formi con gli altri
il corpo di Cristo. Corpo mistico, ma anche reale. Padre Cantalamessa sostiene
che nel corpo di Cristo, come nel corpo di ogni uomo, si può annidare il
pericolo degli emboli che ostacolano la comunione: giudizi, incomprensioni,
chiusure, rigidità. Ogni tanto occorre un’ecografia, un esame profondo di noi
stessi, per verificare che non ci siano emboli che dipendano da noi, e se ci
sono, tentare, con pazienza e delicatezza, di rimuoverli.
Mettere l’Eucarestia al centro della nostra
vita, mi pare voglia dire almeno tre cose:
1 ) mettere il Cristo al centro; vivere con Lui, che è
così innamorato di noi da voler essere per noi pane, vino, carne, sangue, una
comune-unione.
2) Comunione che ci dà la forza di trasformare noi stessi e
il mondo in cui viviamo lasciando agire liberamente lo Spirito Santo.
3) Forti di questa speranza diventare donne e uomini
eucaristici, consegnarci, lasciarci spezzare e mangiare dagli altri.
Vorrei sottolineare che non si tratta di
atteggiamenti eroici, ma quotidiani, piccoli, gratuiti, umili: metterci a
disposizione della famiglia, dei colleghi di lavoro simpatici e non, degli
amici, della Fraternità, di chi nella città ha bisogno.
Cristo è risorto, morendo ha vinto la morte.
Noi, suoi discepoli, se vogliamo portare frutti, dobbiamo accettare di essere
sconfitti agli occhi del mondo.
Per nutrire e far vivere gli altri dovremo
prima fortificarci con la preghiera per poi spezzarci e consegnarci nelle tante
morti e risurrezioni quotidiane.
Per vivere dove il Signore ci ha voluti ci è
stato donato il “Libro di Vita” come fondamento spirituale intessuto della
Parola.
In Iran ho conosciuto una bella leggenda. Due
innamorati sono ostacolati dalle famiglie e non possono incontrarsi. La giovane
allora, spinta dall’amore, ricorre ad uno stratagemma: tesse una stoffa dai
mille colori. Ogni colore indica un stato d’animo, un desiderio, un fatto.
Vedendo la tela esposta alla finestra, il giovane, se pure lontano, vive in
comunione con l’amata.
Il “Libro di Vita” è per noi il tessuto di
mille colori dove ogni capitolo tesse, con un colore diverso e tante sfumature,
l’amore, la gioia, il lavoro, l’accoglienza, la preghiera. Nasce così una storia
che è la nostra vita intessuta di Vangelo, Parola di Dio, Eucarestia, servizio;
una vita che è storia quotidiana.
Ogni nostra giornata trova il ritmo del
respiro nei Salmi e nella preghiera che ci ossigenano nel profondo.
Non si tratta di un dovere soffocante,
moralistico, ma di un dono dello Spirito per rinnovare la comunione con la
Trinità e i fratelli.
E se un giorno non posso, non ho il tempo?
Nessun timore o senso di colpa, nessun turbamento, perché dal cuore unito a
Cristo salirà alle labbra il versetto di un Salmo, un’antifona, un’invocazione
per mantenere la comunione con Dio e i fratelli.
In quel giorno riceverò un dono piccolo, ma
vitale che accoglierò in umiltà e gioia.
L’ora di adorazione settimanale non è un
devozionismo popolare, ma un invito alla contemplazione volta a rendere più
personale e interiore la vita di preghiera che, male intesa, potrebbe essere
ridotta a “cose da fare”. Adorare significa sottomettersi ad un mistero, al
piano di salvezza che Dio ha nel cuore e vuole realizzare nel mondo con la
nostra disponibilità.
Adorare significa anche portare accanto a sé,
ad orem, alla bocca, Colui che nel silenzio ci attira con infinita
dolcezza.
Non adoriamo una generica divinità, ma quel
Dio che è Gesù Cristo e nessuna icona è più vicina alla realtà misteriosa della
vita di quella piccola ostia consacrata offerta a tutta la città.
La santità, recita la “Lumen Gentium”,
è per tutti.
Noi laici di Gerusalemme non condividiamo solo
il Vangelo, ma anche il carisma del fondatore donato dallo Spirito Santo, grazia
per tutta la Chiesa. Tale carisma mette in luce una chiamata dei laici, del
popolo di Dio, alla famiglia di Gerusalemme, in particolare una chiamata alla
preghiera nella città per portarla nel cuore di Dio.
Il sogno di G.La Pira, fare di Firenze la
città sul monte, potrebbe realizzarsi.
Nell’esortazione apostolica “Vita consacrata”
si dice: Nell’unità della vita cristiana, le varie vocazioni sono raggi
dell’unica luce di Cristo riflessa nel volto della Chiesa.
Il regno di Dio, cioè la sua presenza tra gli
uomini, è affidato a gente come noi, che trascorre le vita tra feste di nozze,
fatiche sul lago, malattie di bambini e di adulti, ricerca di qualche pane per
ospiti improvvisi (F.Scalia). Il regno di Dio è donato al popolo delle
Beatitudini.
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