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 sabato 23 maggio 2009 - Lectio Divina - Il Regno dei cieli è simile…ad un tesoro nascosto in un campo…ad una perla preziosa …ad una rete gettati nel mare…(Mt 13, 44-52) - a Gamogna - sr. Sarah FMJ

 

Queste “piccole” parabole che concludono il discorso parabolico di Gesù nel Vangelo di Matteo seguite dall’immagine dello scriba-discepolo che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche ci aiutano ad entrare nella dinamica della rivelazione del Regno di Dio.

 

In particolare vi invito a leggerle in rapporto alla festa dell’Ascensione del Signore Gesù che ci prepariamo a festeggiare domani: entriamo nella gioia del nostro Signore che Risorto, sale al Padre portando la nostra umanità con Lui per l’eternità

 

La fede ci fa uno con Cristo e Cristo assiso alla destra del Padre ci attende nella dimora eterna pur continuando a vivere in noi e con noi sulle vie della nostra umanità in virtù dello Spirito che ci ha donato.

 

Il presente sfocia nell’Eterno così come l’eterno ha scelto di abitare il tempo facendo del  cuore degli uomini il  suo tempio.

 

Questa è la scelta di Dio che interpella la libertà e la gioia di ogni uomo.

 

Con le parabole Gesù si rivolge alle folle, ad ogni uomo dunque, che già per natura è disponibile ad incontrare e conoscere il suo Creatore.

 

La via delle parabole aiuta colui che le ascolta  a cogliere nei simboli le realtà che stuzzicano la sua conoscenza di fede e lo aiutano a non fermarsi intrappolato dalla rete delle regole, dei doveri, delle definizioni, ma a riflettere sulla dinamica di una proposta di Vita che lo può mettere personalmente in movimento verso COLUI CHE GLI PARLA.

 

In particolare le due prime parabole del tesoro e della perla preziosa sono strutturalmente simmetriche e sottolineano due atteggiamenti propri all’incontro con il Regno dei Cieli:  la scoperta occasionale, casuale potremmo arrivare a dire, offerta a tutti  del contadino e la ricerca sapiente dell’intenditore. Entrambi i percorsi conducono alla GIOIA e richiedono una DECISIONE che risulta comune: vendere tutto per acquistare il Regno. Questa è la novità che cambia la vita.

 

Non basta incontrare il Regno o apprezzarne il valore, occorre impossessarsene fin d’ora senza badare a spese.

 

Che ve ne pare?

 

Identificare meglio il Regno dei Cieli nella persona di Gesù può aiutare la comprensione, ma quel che conta è la nostra parte, personale, unica e urgente: decidersi per il Regno.

 

Possiamo chiederci: come ho incontrato il Regno di Dio nella mia vita?

Ne ho riconosciuto il valore?

Come ho risposto nei fatti, ho deciso di comprarlo?

 

Gesù lancia un’altra immagine cara ai suoi discepoli e alla gente a cui stava parlando: Il Regno dei cieli è come una rete gettata in mare…poi il lavoro della cernita del pesce, la calma rovente della spiaggia…ecco tracciata a brevi tratti la realtà della fine dei tempi.

 

Che salto di prospettiva, potremmo dire…

 

Eppure l’oggi lo possiamo vivere più intensamente se ci mettiamo in questa prospettiva: acquista senso ogni scelta e la fede vissuta con responsabilità ci pone di fronte all’urgenza di tradurre nella quotidianità quello che abbiamo ricevuto nella fede. Vivere il comandamento dell’amore oggi per essere trovati “commestibili “ nella rete della Chiesa alla fine dei tempi

 

Agli Angeli la cernita tra il pesce buono e quello cattivo. Ai discepoli che comprendono, prendono con sé le parole di Gesù, il compito prezioso e appassionante di offrire dal loro tesoro, quello che hanno deciso di acquistare,”cose antiche e cose nuove”. Matteo rivolgendosi ai discepoli ebrei fa riferimento al tesoro che è l’Antica o Prima Alleanza che prepara e trova compimento nella Nuova Alleanza di Gesù Signore.

 

Anche a me,anche a te Gesù rivolge l’invito a seguirlo come questo scriba ricco di tutto ciò che ha voluto vendere per acquistare il Regno ed ora fatto intendente del dono di Cristo nella Chiesa secondo la personale vocazione ricevuta.

 

Far fruttare il Regno di Dio in mezzo a questo nostro amato mondo, ecco la chiamata che possiamo intendere: ciascuno nella libertà del figlio amato risponda a Gesù che gli chiede con premura: “Hai capito quello che ho detto?”

 

 

 

ESORTAZIONE ALLA VIGILANZA

di San Pier Damiani all’XI secolo

 

       Lo sapete bene, fratelli, è proprio là dove resta una scintilla di fuoco che si avvicina la paglia. Perché si dovrebbe soffiare là dove il calore si è spento? Se io non avessi fiducia nel fatto che da voi sta per realizzarsi un rinnovamento per grazia di Cristo, troverei superfluo continuare ad esortarvi… Dunque, carissimi, riprendete forza con l’aiuto di Cristo e fedeli all’impegno che avete preso con Lui, combattete con le sue armi, non con mollezza, debolmente, ma con fervore e audacia…

 

 

       Poiché lo spirito umano non può astenersi dall’amare qualche cosa, se lo si circonda con la muraglia delle virtù, non potendosi in nessun modo dilatare all’intorno, è necessariamente attratto al di sopra di sé. Quando il nostro spirito comincia a riposare in tal modo nel suo Autore e a gustare la soavità delle delizie interiori, subito vomita tutto ciò che giudica contrario alla legge divina, aborrisce tutto ciò che stona con la regola della giustizia celeste.

 

       Se la parola dell’apostolo vivesse in noi quando dice “portiamo sempre nel nostro corpo il morire di Gesù”, nel momento in cui l’amore carnale non trovasse più spazio per spandersi, necessariamente la nostra gioia sarebbe trasportata e sospesa in Dio e il nostro fuoco brucerebbe ardente perché non avrebbe più lo spazio per disperdersi.

  

  sabato 11 aprile 2009 – Ufficio della discesa agli inferi - Mt.27, 57.66 – commento di fr. Pierre-Emanuel FMJ

 

            Quale contrasto nel brano del Vangelo in questo Sabato Santo. Contrasto tra il silenzio che avvolge il sepolcro, silenzio ritmato dai pianti e gemiti dei discepoli, degli amici. Contrasto quindi tra un silenzio colmo di rispetto e di afflizione per l’incomprensione, e l’estrema agitazione, effervescenza, “febbrilità” da parte dei capi dei sacerdoti e dei farisei.

            Per i primi, per quelli che hanno amato il Maestro, ritornano in mente il volto dell’amico, il tono della sua voce, il calore delle sue mani che hanno consolato, guarito, benedetto…

            Non possono distogliere gli occhi dai suoi occhi che misteriosamente continuano a parlare e prodigare forza e speranza.

            Ma, in modo particolare, con una novità e potenza sfolgoranti, risuonano le sue Parole. E la verità che è questa Parola che fa fremere il cuore del discepolo che ora, ancora in maniera velata, inizia a capire.

            Capire che queste Parole sono Verità e Vita, perché attirano il discepolo che le ha accolte, in una dimensione nuova. Si apre nel cuore del discepolo un sentiero sconosciuto, nella notte di questo mondo e le Parole del Maestro sono come raggi di luce splendente che illuminano questo sentiero e lo rendono sicuro.

            Nella sofferenza del lutto, già in modo indubitabile, il discepolo fa l’esperienza di un nuovo incontro con il Signore Gesù Cristo.

            Allora il discepolo sa che Egli è Figlio di Dio, che Egli è Dio, si apre un orizzonte infinito.

Per i secondi, cioè i capi dei sacerdoti e i farisei, la stessa Parola non è più Parola di Verità, ma menzogna, inganno. La stessa Parola diventa pietra di inciampo. La stessa Luce adesso acceca gli occhi di chi non vuole vedere, di chi si rifiuta di credere.

            Ancora oggi, la fede nella risurrezione, costituisce lo scandalo più grande e intollerabile per chi rifiuta di riconoscere Dio e la Sua Potenza.

            I capi dei sacerdoti e i farisei, intuiscono la sconfitta ma rifiutano di cedere, si ostinano e rendono il loro cuore duro come pietra.

            Si illudono perché vogliono conservare questo potere temporale. La menzogna e la malizia, l’orgoglio e la superbia sono entrati nel loro cuore come una malattia che contamina e distrugge fino alla morte.

            Vogliamo, oggi, in modo particolare, portati dal silenzio di tutta la Chiesa, riascoltare e meditare le Parole con le quali il Signore Gesù ci ha personalmente aperto il cuore.

            Preghiamo anche affinché la nostra conoscenza e il nostro amore per la Sacra Scrittura, luogo privilegiato dell’incontro con il Signore Gesù possa crescere sempre di più.

            Così disse papa Benedetto XVI: “I discepoli vengono quindi tirati nell’intimo di Dio mediante l’essere immersi nella Parola di Dio. La Parola di Dio è, per così dire, il lavacro che li purifica, il potere creatore che li trasforma nell’essere di Dio”.

 

 

 

 aprile 2009 - San Paolo, Lettera agli Efesini - commento di Fr. Nicola-Marie FMJ sul Mail Ange - trad. a.c. di Rosaria (FEG Assunta)

     Paolo, Sila e Timoteo fondano la prima comunità cristiana europea a Filippi negli anni 49-50. Paolo è in prigione probabilmente a Efeso quando scrive questa lettera verso il 53-55 indirizzata a "tutti i Santi" di Filippi, non in ragione della loro perfezione morale ma a coloro che sono chiamati da Gesù a una comunione con Dio.
     Qua si trova la figura del servitore.
     Paolo non parla di sé in quanto Apostolo, ma si presenta come servitore di Cristo. Imprigionato, riprende anche lui l'immagine del servitore sofferente destinato a essere Luce delle nazioni.
     Paolo ringrazia  a distanza per la presenza dei fratelli, nel ricordo della comunità per la quale intercede con gioia. La ragione di questa gioia si trova nella comunione nel e col Vangelo, che unisce Paolo e i Filippesi che partecipano così alla grazia della sue catene e all'annuncio del Vangelo. La prigione che sembrerebbe una sconfitta e' vissuta come una grazia condivisa. Se i cristiani di Filippi partecipano così alla sorte dell'Apostolo per mezzo del legame della preghiera, Paolo ricerca ardentemente i Filippesi letteralmente "nelle viscere di Gesù Cristo" con l'immagine delle viscere materne chiamate per mezzo dell'amore a partorire un'altra vita che cresce nel discernimento, nell'attitudine pronta e vigilante a vedere, pensare, comprendere e scegliere il meglio in tutte le situazioni.
     Questa e' per Paolo l'occasione di proclamare con più forza il Vangelo e ricordare che se lui è prigioniero il Vangelo non lo è. Le catene di Paolo risplendono del Cristo. Qualunque sia la sua sorte Paolo spera che Cristo sarà esaltato in verità nel suo corpo. "Per me il vivere e' Cristo e il morire un guadagno" dice, ma Paolo si trova nel dilemma tra la morte che è per lui un vantaggio per una comunione più' profonda col Cristo e la vita che porta i suoi frutti. L'Apostolo, nella pace non si preoccupa di risolvere questo dilemma, egli è pronto a tutto; sia che egli viva sia che muoia, purché' il Cristo sia glorificato in lui. Paolo ricorda anche coloro che proclamano il Vangelo per invidia o per spirito di contesa perché la vita cristiana è un combattimento che ha come arma solo una via conforme al Vangelo. E' anche assumere uno stile di vita diverso dagli altri uomini, una differenza cristiana, umile e radicale.
     Paolo esorta uno stile di vita conforme ai sentimenti di Cristo Gesù, in particolare all'inno ai Filippesi che presenta un movimento di abbassamento, poi un movimento di esaltazione. Cristo si e' abbassato facendosi uomo per rendere l'umanità partecipe della vita divina fino a svuotarsi di se stesso in una totale spogliazione perché nessun uomo ne sia escluso. Cristo umiliò se stesso, facendosi ubbidiente con l'ascolto e la sottomissione che testimoniano la Sua fede totale in Dio.
     Dal più profondo di questo abbassamento si trova il più alto gradino dell'obbedienza da dove scaturisce l'esaltazione dell'amore che si traduce nella Resurrezione e nell'Ascensione, fino al Nome nuovo, al di sopra di ogni nome.
     Paolo invita ad avere in noi e tra noi gli stessi sentimenti del Cristo Gesù, ad abbassarsi secondo il suo esempio, a discernere e valutare ciascuna delle nostre decisioni basandosi sul linguaggio della Croce, diventando noi stessi ubbidienti.
     Paolo poi intravede il suo martirio restituendo a Dio, in ostia vivente e nell'obbedienza, la vita ricevuta da Lui. Questa prospettiva è per Paolo sorgente di una gioia che testimonia la profondità della sua relazione col Cristo. Si tratta di diventare una creatura nuova che conosce il Cristo e la potenza della sua Resurrezione che passa attraverso la Passione senza riporre nella carne la propria fiducia a proposito della polemica di un gruppo di cristiani giudeizzanti.
     Assumendo la "forma" della morte di Gesù, l'Apostolo sa che può prendere parte alla sua Resurrezione.
     Nella speranza, ma Paolo corre a conquistare questa Resurrezione, perché anche lui è stato conquistato dal Cristo.
     Rispettando il percorso e il passato di ognuno, Paolo invita i Filippesi a discernere essi stessi ciò che è conforme ai sentimenti del Cristo con la costanza di una gioia ancorata nella certezza e la potenza di questo movimento del Cristo resuscitato, che fonda la comunità', l'unifica in un solo spirito, la preserva irreprensibile e pura per il giorno di Cristo Gesù.                             
 

sabato 28 marzo 2009 - Lectio divina:  “Il seminatore uscì a seminare” (Mc 4,1-20) - a Gamogna - Sr. Petra FMG

 

    Gesù riunisce attorno a sé una folla. La gente non viene più solo per i miracoli, ma sente la necessità di essere istruita. Riconosce in Gesù una parola autorevole, importante per la loro vita. Così è anche è noi oggi: ci disponiamo a lasciarci interpellare dalla Parola di Dio.

 

    Gesù insegna in parabole. Usa,cioè, dei racconti che riprendono fatti della vita quotidiana, ben conosciuti da tutti, proprio per poter raggiungere il cuore di ognuno. Possiamo pensare che quello che Egli dice vale per la Chiesa primitiva, ma anche per quella odierna, quindi in modo diretto anche per noi.

 

    La prima parola di Gesù è: “Ascoltate”. Il richiamo al primo comandamento che Dio da al suo popolo (“Ascolta, Israele”) è chiaro. Gesù si presenta chiaramente come Figlio di Dio, come colui che è mandato dal Padre; come la Parola che deve essere ascoltata. È un chiaro invito anche per noi a metterci in ascolto e a lasciarci vedere dalla potenza di questa Parola.

 

    “Uscì il seminatore a seminare…”: all’epoca, in quelle regioni, si seminava prima di arare il campo. Era poi l’aratro che consentiva al seme di penetrare nel terreno e di germogliare. Da questo esempio concreto, Gesù vuole arrivare a parlare di un evento spirituale più profondo, in relazione col regno di Dio. Egli stesso si può considerare come il seminatore: viene a portare l’annuncio del regno, seminando il buon grano della parola. Questa semina, tuttavia, comporta delle difficoltà: sono i terreni “cattivi”. È facile per noi soffermarci sull’apparente spreco di semente che ne deriva. In realtà, se ci pensiamo bene, l’abbondanza del raccolto (“cento, sessanta, trenta per uno”) è molto superiore a ciò che è andato perduto. Questo ci da fiducia: la predicazione del regno di Dio raggiungerà pieno successo, nonostante le opposizioni. Non sappiamo quando questo si compirà, ma il regno di Dio un giorno arriverà alla sua pienezza. Questa “semina” continua anche oggi nella Chiesa: anche noi, come Gesù, siamo seminatori della Parola. Il messaggio del Vangelo continua a diffondersi anche per mezzo nostro.

 

    Il seminatore sparge il seme pur sapendo che una parte andrà perduta. Egli non si trattiene dal seminare. Questo ci fa pensare a tutte quelle situazioni in cui siamo chiamati a portare la nostra testimonianza cristiana anche laddove sappiamo che non sarà facilmente accolta: non dobbiamo trattenerci! Il seme va gettato comunque!

Sta agli uditori rendersi accoglienti all’annuncio e aderirvi con fede. Devono, cioè, diventare “terreno buono”. Gesù ci esorta a questo quando dice: “Chi ha orecchi per intendere, intenda!”. Significa avere fiducia nel regno di Dio che viene annunciato, nella sua forza e nella sua realizzazione.

 

    In seguito, i discepoli le persone più vicina a Gesù gli chiedono chiarimenti sul suo discorso. Anche noi siamo qui oggi un po’ per lo stesso motivo: desideriamo capire bene quello che il Signore vuole dire alla nostra vita e come la sua Parola si può attuare in noi.

Come per i discepoli, anche per noi Gesù parla in parabole, con un linguaggio accessibile, mentre per “quelli di fuori”, le parole di Gesù risultano degli enigmi, cioè qualcosa di incomprensibile e difficile da accettare. Essi sono coloro che non credono, nonostante l’evidenza. Quello che Gesù predica è già presente e lo testimoniano i miracoli e i segni che Egli compie. Solo che crede, però, può riconoscere questo segni come prova della potenza di dio. Per fare questo, però, è necessario farsi “piccoli” e guardare la realtà con occhi semplici. Gesù fa riferimento ad un brano di Isaia, che mette in evidenza una certa ostinazione del popolo di Israele nel distaccarsi dal Signore. È un mettere in guardia il popolo di fronte alla possibilità del castigo divino, come quando un padre ammonisce il figlio, per impedirgli di farsi dl male. Anche Gesù sprona in questo senso chi lo ascolta: bisogna avere sempre occhi e orecchi aperti, perché con la salvezza non si scherza!

    L’effetto di una parabola è anche quello di suscitare una certa “crisi interiore”, che mette in luce la nostra fede o la nostra incredulità. Gesù, tuttavia, non si ferma nemmeno di fronte alla nostra poca fede.

 

    Chi accoglie in sé la Parola, diventa a sua volta “seme”, che va sparso nel campo del mondo. Come Gesù è quel “chicco di grano” che morendo porta molto frutto, così anche noi siamo chiamati a mettere tutta la nostra vita a servizio del Vangelo. Naturalmente, ci possono essere degli ostacoli nella nostra vita di fede. Ad esempio, dei “nemici esterni” che la possono far venir meno, oppure ci possono essere delle debolezze da parte nostra o la mancanza di costanza, soprattutto quando l’essere testimoni ci mette alla prova. Possiamo anche lasciarci trascinare dalle nostre ricchezze, che ci fanno credere di essere autosufficienti (abbiamo messo radici!) e di non aver più bisogno di Dio.

 

    Quello che conforta è il fatto di sapere che Dio non ha gettato invano il suo seme! Certamente, ne verrà un buon raccolto. Dobbiamo inoltre immaginare il nostro cuore come questo campo da coltivare: anche se, a causa del nostro peccato, ci sembra di essere stati “derubati” della semente che il Signore ha gettato, in realtà quello che è stato seminato porterà frutto a suo tempo in abbondanza. Questo tempo di Quaresima è proprio ciò che il Signore ci offre per «scacciare gli uccelli», «togliere le pietre» ed «estirpare i rovi», togliere cioè tutto quello che rovina o impedisce al seme della Parola di penetrare e di germogliare in noi.

 

Qualche domanda per la riflessione personale…

 

ü      Come reagisco di fronte a Gesù che parla in parabole?

ü      Che “terreno” sono io? Il seme che il Signore getta in me trova buona terra oppure ci sono delle zone della mia vita da “bonificare”?

ü      Mi sento anche “seminatore” nel campo del mondo? Mi lascio frenare nell’annuncio della Parola?

ü      Chi sono per me “quelli di fuori”? Li sento come irrecuperabili?

ü      Ho fiducia nel regno di Dio?

 

Cibarsi delle Sacre Scritture, di S. Pier Damiani

 

Usciamo per i campi fioriti delle divine scritture, camminiamo per queste parti, in questi spaziamo a nostro piacere. Qui possiamo percorrere sicuramente i piani delle storie sante; possiamo anche, addentrandoci nei sensi mistici, arrampicarci fino alla vetta delle montagne scoscese. Qui ci diletteremo nei dolci colloqui degli amici fedeli; qui troveremo il continuo banchetto di vivande celesti. Intenta a questi cibi, l’anima fedele si rafforzi con l’alimento dell’assidua lettura e s’ingrassi con l’adipe dell’orazione sostanziosa. Si lasci la fame del secolo ai satolli del secolo: noi abbiamo appreso ad aver fame e a gustare cibi i quali, a chi ha fame, danno sazietà con diletto e, a chi è sazio, non generano fastidio e diffondendosi per tutte le vene e nel segreto delle viscere riempiono di forza. L’anima tenda insaziata a queste celesti vivande; il suo sguardo vigili a queste; la lingua articoli le parole; il cuore intenda e mediti le verità dei misteri nascosti.

 

(Op. XII, cap. XXXIII)

 

 

Domenica 1 marzo 2009 - Domenica con Dio in Badia sul tema: "La vita di fede: un bene prezioso in un vaso di creta" - Insegnamento di Sr. Grazia FMG

 

Si può parlare di vita di fede, partendo da svariate angolature. L’argomento è vasto. Faremo una scelta: diremo che la nostra vita di fede è il nostro “tesoro”.

 

Cristo è morto e risorto per essere

 il Signore dei vivi e dei morti (Rm.14,9)

 

La vita di fede è questa Signoria di Cristo.

Cristo Signore della nostra vita.

Il tesoro di cui parleremo

È Cristo risorto in noi.                                                     Ripercorreremo alcune pagine

                                                                                     Di San Paolo.

IL VASO DI CRETA che contiene questo

tesoro siamo noi.

Questa immagine usata da San Paolo

(2Cor 4,7) dice la nostra creaturalità, il nostro

legame con la materia, la nostra corporeità

e fragilità.

                                                                                    Questo tesoro non è così visibile

                                                                                    Ciò che appare subito è il vaso.

Ma il vaso è fatto

per contenere qualcosa e qualcosa di

prezioso…vale a dire:

   la vita di Dio

   la vita in te

   la vita di fede

                                                                                   Santa Teresa di Lisieux: le sorelle la vedevano

                                                                                   Come una buona a nulla….ma insignificante…

                                                                                   Eppure quale tesoro lei portava in sé.

 

Cristo è stato messo a morte per i nostri

Peccati ed è stato risuscitato per la nostra

Giustificazione                                                          nucleo centrale del Kerigma

 

Cristo è risorto per la nostra salvezza

E la salvezza si ha mediante la fede

E si parte da CRISTO RISORTO perché

La risurrezione è come una nuova creazione.           La risurrezione di Cristo è per l’universo dello

                                                                            Spirito quello che, secondo una teoria recente,

                                                                            fu, per l’universo fisico la “grande esplosione”

                                                                            iniziale che diede avvio a tutto il movimento di

                                                                            espansione dell’universo che ancora continua

                                                                            dopo miliardi di anni. Tutto ciò che esiste e si

                                                                            muove nella Chiesa, trae la propria forza dalla

                                                                            risurrezione di Cristo. Essa è l’attimo in cui la

                                                                            morte di trasformò in vita e la storia in

                                                                            escatologia.

                                                                            (p.Raniero Cantalamessa OFM, da “La vita in Cristo)

 

Ricordate l’episodio di Tommaso che vuole

toccare il Risorto.

Lui ha visto e ha toccato ed è rimasto folgorato…

Ha subito creduto                                                    ------->   è stato come “ri-creato”

 

Ma Gesù gli dice che c’è un modo più beato

di toccarlo. E’ la fede.                                                             “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”

                                                                                                                                        |

                                                                                                                                 siamo noi

La fede è il dito con cui possiamo

toccare il Risorto.

Dalla fede nella risurrezione dipende

la salvezza

 

                                                San Paolo dice che l’uomo  “quando crede nella potenza di Dio che ha risuscitato

                                                                                              Gesù dai morti” è come se risorgesse anche lui (Col 2,12)

 

Credere per capire

 

Davanti all’annuncio della risurrezione ci possono

Essere due atteggiamenti:

1-       capire per credere

2-       credere per capire

Non sono inconciliabili tra loro  --------------------------> vedi “fides et ratio” (fede e ragione) di Giovanni Paolo II

                                                                                             Fede e ragione devono poter collaborare.

ma  sono diversi e possono portarci

su strade opposte.

 

1)       è importante capire per credere, è uno sforzo che

se fatto con umiltà ha un grande valore, ma c’è un

rischio: di non fare mai il salto della fede    ------->   se pretendo sempre di capire per credere, siccome non

                                                                                      potrò mai capire del tutto, rimanderò all’infinito e non

                                                                                      crederò mai.

2)       credere per capire è la via più

       sicura e profonda                                          -->   alla fine del Vangelo di Giovanni è scritto:

                                                                                       “Questi segni sono stati scritti perché crediate”

                                                                                        La Chiesa è nata così.

Per capire cosa? Che non si può capire tutto.

 

Nel cammino di fede bisogna imparare a fare dei tuffi dal trampolino; e ad occhi chiusi.

 

La prima conversione è la fede

 

                Bisogna convertirsi ad avere fede

                Bisogna passare per la porta della fede                   “Convertitevi e credete….”  Dice Gesù nel Vangelo

 

Quando San Paolo parla di essere giustificati mediante

la fede, di che tipo di fede si tratta?

 

                E’ la fede-appropriazione

 

“Immagina che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno e con immane fatica e sofferenza lo ha vinto.

Tu non hai combattuto, non hai né faticato, né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, (….) insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come TUA la SUA vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.

Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri più di ogni altra cosa vedere onorato il suo fautore e consideri come premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico. In tale caso quell’uomo non otterrà forse la corona? Certo che l’otterrà! Ebbene, così avviene tra Cristo e noi.”  (S.Giovanni Crisostomo, dal De coemeterio)

 

Succede come per i “fans”….

Bisogna che arriviamo a fare il “tifo” per Gesù.

 

                “Davvero non si pensa mai alla cosa più semplice! E’ la scoperta che si fa di solito al termine e non all’inizio della vita spirituale. (…) Si tratta di dire semplicemente un “sì” a Dio. Dio aveva creato l’uomo libero, perché potesse accettare liberamente la vita e la grazia: accettarsi come creatura beneficata da Dio. Aspettava solo il suo “sì”; e invece ricevette da lui un “no”! Ora Dio offre all’uomo una seconda possibilità, come una seconda creazione; gli presenta Cristo come espiazione e gli chiede: “Vuoi vivere in grazia di Lui, in Lui?” Credere significa dirgli: “Sì, lo voglio”. E subito sei una creatura nuova; sei “creato in Cristo Gesù”(Ef.2,10)

( P.Raniero Cantalamessa, da La vita in te)

 

Vita di fede: Potenza di Dio nella debolezza dell’uomo

 

                Come per San Paolo, anche per noi: tante qualità, tanti doni e tanti difetti.

 

                Ci rendiamo conto, per esempio, della delicatezza delle missione che ci è affidata e nello stesso tempo siamo consapevoli della nostra inadeguatezza.

 

Paolo ha avuto dal Signore questa rivelazione                 “ti basta la mia grazia, non preoccuparti….la mia potenza si

                                                                                           mostra proprio nella tua debolezza” (2Cor. 12, 7-9)

cioè la tua imperfezione non è un ostacolo

a quello che ti chiedo.

 

Quando Paolo capisce questo, tutto quello che poteva

Portarlo a dubitare di se stesso o della sua missione

Diventa un motivo in più di fiducia in Dio.

                                                                                         (se è così)”mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze” dice

                                                                                                                                                                 (2Cor. 12, 9-10)

 

n.b. (qui Paolo per debolezze intende anche tutte le

varie tribolazioni che incontra nel suo ministero)

 

Nella vita di fede noi collaboriamo, attivamente,

ad un’opera che va al di là della nostra persona             -->[con la sua storia con le sue caratteristiche, problemi,

                                                                                                debolezze ecc.]

Siamo portatori di un messaggio di una VITA

che ci supera largamente.                                               Il Signore usa strumenti poveri per fare cose eccelse. In questo

                                                                                        senso è un grande ARTISTA.

Ecco perché non è un problema che il tesoro

sia messo in vasi fragili…, anzi…

                così si vede meglio chi è l’autore.

 

Per collaborare realmente all’opera di Dio

con tutto noi stessi, ci servono due cose

e queste due cose devono essere tra loro

in giusto equilibrio.

 

                - umiltà-------------------------------------->  - conoscere chi siamo

                                                                                    - non farci delle illusioni su noi stessi

 

                - audacia------------------------------------>   - poter realmente dire “tutto posso in colui che mi dà forza”

                                                                                       ed esserne proprio convinti.

 

                Occorre saper atterrare…toccare terra, ma anche decollare… slanciarsi nel cielo, puntare in alto e a volte sperare contro ogni speranza.

 

Che la potenza di Dio si manifesti nella debolezza

è lo stile dell’Incarnazione.

E’ lo stile di Gesù --------------------------------->   Chi era più debole di Gesù sulla croce?

                                                                                 Eppure lì agiva la potenza di Dio.

E’ lo stile dell’Eucarestia

e deve essere lo stile del discepolo.

 

Vita di fede è ---à accettare che ci succeda qualcosa di ben più grande di quello che possiamo prevedere o ipotizzare.

Il Signore sa quello che fa. Ci dobbiamo fidare.

 

Parliamo ora un po’ del VASO DI CRETA

 

“noi sembriamo della gente che porta un tesoro

dentro delle ceramiche senza valore”

 (2Cor.4,7 – dalla traduzione francese)   -----------------> sì, va bene il vaso fragile, però… siamo pezzi unici..

                                                                                            (ed è vero!); però pensarmi un volgare piatto senza

                                                                                            valore… come tanti altri…

 

                             Questo mi dice che forse ci tengo tanto al vaso; ci tengo che si veda il vaso e dopo

                             magari….. il tesoro.  Che si veda che sono stata proprio io a fare quel bel gesto,

                             ad essere generosa ecc….

evidentemente, quando è così, non siamo ancora molto coscienti della natura del vaso.

                Per questo “l’umiltà è verità” (S.Teresa d’Avila) perché ci mostra chi siamo realmente.

 

Bisognerebbe. Invece, quando facciamo qualcosa di buono, desiderare che si veda Lui, che si veda  la Sorgente.

 

 

Ricordate l’episodio di Tommaso che vuole

toccare il Risorto.

Lui ha visto e ha toccato ed è rimasto folgorato…

Ha subito creduto                                                    -------à   è stato come “ri-creato”

 

Ma Gesù gli dice che c’è un modo più beato

di toccarlo. E’ la fede.                                                             “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”

                                                                                                                                        |

                                                                                                                                 siamo noi

La fede è il dito con cui possiamo

toccare il Risorto.

Dalla fede nella risurrezione dipende

la salvezza

 

                                                San Paolo dice che l’uomo  “quando crede nella potenza di Dio che ha risuscitato

                                                                                              Gesù dai morti” è come se risorgesse anche lui (Col 2,12)

 

Credere per capire

 

Davanti all’annuncio della risurrezione ci possono

Essere due atteggiamenti:

1-       capire per credere

2-       credere per capire

Non sono inconciliabili tra loro  --------------------------à vedi “fides et ratio” (fede e ragione) di Giovanni Paolo II

                                                                                             Fede e ragione devono poter collaborare.

ma  sono diversi e possono portarci

su strade opposte.

 

1)       è importante capire per credere, è uno sforzo che

se fatto con umiltà ha un grande valore, ma c’è un

rischio: di non fare mai il salto della fede            -------à   se pretendo sempre di capire per credere, siccome non

                                                                                      potrò mai capire del tutto, rimanderò all’infinito e non

                                                                                      crederò mai.

2)       credere per capire è la via più

       sicura e profonda                                            --à   alla fine del Vangelo di Giovanni è scritto:

                                                                                     “Questi segni sono stati scritti perché crediate”

                                                                                      La Chiesa è nata così.

Per capire cosa? Che non si può capire tutto.

 

Nel cammino di fede bisogna imparare a fare dei tuffi dal trampolino; e ad occhi chiusi.

 

La prima conversione è la fede

                Bisogna convertirsi ad avere fede

                Bisogna passare per la porta della fede                   “Convertitevi e credete….”  Dice Gesù nel Vangelo

 

Quando San Paolo parla di essere giustificati mediante

la fede, di che tipo di fede si tratta?

 

                E’ la fede-appropriazione

 

“Immagina che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno e con immane fatica e sofferenza lo ha vinto.

Tu non hai combattuto, non hai né faticato, né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, (….) insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come TUA la SUA vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.

Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri più di ogni altra cosa vedere onorato il suo fautore e consideri come premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico. In tale caso quell’uomo non otterrà forse la corona? Certo che l’otterrà! Ebbene, così avviene tra Cristo e noi.”  (S.Giovanni Crisostomo, dal De coemeterio)

 

Succede come per i “fans”….

Bisogna che arriviamo a fare il “tifo” per Gesù.

 

                “Davvero non si pensa mai alla cosa più semplice! E’ la scoperta che si fa di solito al termine e non all’inizio della vita spirituale. (…) Si tratta di dire semplicemente un “sì” a Dio. Dio aveva creato l’uomo libero, perché potesse accettare liberamente la vita e la grazia: accettarsi come creatura beneficata da Dio. Aspettava solo il suo “sì”; e invece ricevette da lui un “no”! Ora Dio offre all’uomo una seconda possibilità, come una seconda creazione; gli presenta Cristo come espiazione e gli chiede: “Vuoi vivere in grazia di Lui, in Lui?” Credere significa dirgli: “Sì, lo voglio”. E subito sei una creatura nuova; sei “creato in Cristo Gesù”(Ef.2,10)

( P.Raniero Cantalamessa, da La vita in te)

 

Vita di fede: Potenza di Dio nella debolezza dell’uomo

 

                Come per San Paolo, anche per noi: tante qualità, tanti doni e tanti difetti.

 

                Ci rendiamo conto, per esempio, della delicatezza delle missione che ci è affidata e nello stesso tempo siamo consapevoli della nostra inadeguatezza.

 

Paolo ha avuto dal Signore questa rivelazione                 “ti basta la mia grazia, non preoccuparti….la mia potenza si

                                                                                           mostra proprio nella tua debolezza” (2Cor. 12, 7-9)

cioè la tua imperfezione non è un ostacolo

a quello che ti chiedo.

 

Quando Paolo capisce questo, tutto quello che poteva

Portarlo a dubitare di se stesso o della sua missione

Diventa un motivo in più di fiducia in Dio.

                                                                                         (se è così)”mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze” dice

                                                                                                                                                                 (2Cor. 12, 9-10)

 

n.b. (qui Paolo per debolezze intende anche tutte le

varie tribolazioni che incontra nel suo ministero)

 

Nella vita di fede noi collaboriamo, attivamente,

ad un’opera che va al di là della nostra persona             --à[con la sua storia con le sue caratteristiche, problemi,

                                                                                                debolezze ecc.]

Siamo portatori di un messaggio di una VITA

che ci supera largamente.                                               Il Signore usa strumenti poveri per fare cose eccelse. In questo

                                                                                        senso è un grande ARTISTA.

Ecco perché non è un problema che il tesoro

sia messo in vasi fragili…, anzi…

                così si vede meglio chi è l’autore.

 

Per collaborare realmente all’opera di Dio

con tutto noi stessi, ci servono due cose

e queste due cose devono essere tra loro

in giusto equilibrio.

 

                - umiltà--------------------------------------à  - conoscere chi siamo

                                                                              - non farci delle illusioni su noi stessi

 

                - audacia------------------------------------à   - poter realmente dire “tutto posso in colui che mi dà forza”

                                                                                 ed esserne proprio convinti.

 

                Occorre saper atterrare…toccare terra, ma anche decollare… slanciarsi nel cielo, puntare in alto e a volte sperare contro ogni speranza.

 

Che la potenza di Dio si manifesti nella debolezza

è lo stile dell’Incarnazione.

E’ lo stile di Gesù ---------------------------------------à   Chi era più debole di Gesù sulla croce?

                                                                                 Eppure lì agiva la potenza di Dio.

E’ lo stile dell’Eucarestia

e deve essere lo stile del discepolo.

 

Vita di fede è ---à accettare che ci succeda qualcosa di ben più grande di quello che possiamo prevedere o ipotizzare.

Il Signore sa quello che fa. Ci dobbiamo fidare.

 

Parliamo ora un po’ del VASO DI CRETA

 

“noi sembriamo della gente che porta un tesoro

dentro delle ceramiche senza valore”

 (2Cor.4,7 – dalla traduzione francese)   -----------------à sì, va bene il vaso fragile, però… siamo pezzi unici..

                                                                                    (ed è vero!); però pensarmi un volgare piatto senza

                                                                                     valore… come tanti altri…

 

                             Questo mi dice che forse ci tengo tanto al vaso; ci tengo che si veda il vaso e dopo

                             magari….. il tesoro.  Che si veda che sono stata proprio io a fare quel bel gesto,

                             ad essere generosa ecc….

evidentemente, quando è così, non siamo ancora molto coscienti della natura del vaso.

                Per questo “l’umiltà è verità” (S.Teresa d’Avila) perché ci mostra chi siamo realmente.

 

Bisognerebbe. Invece, quando facciamo qualcosa di buono, desiderare che si veda Lui, che si veda  la Sorgente.

  

                L’umiltà ti deve ricordare che tu sei solo una creatura. Non dimenticarti che il Signore ti dona la sua forza. Come Pietro, riconosci che anche tu non sei che un uomo. Un uomo mortale, simile e tutti gli altri; e più sei grande, più devi umiliarti per trovare grazia davanti al Signore perché, nonostante sia grande la sua potenza, egli riceve gloria dagli umili. Così, dunque, accetta di riconoscerti umile creatura di fronte a Dio e, in virtù di questo timore, ti farà partecipe dei tuoi segreti.

                Inoltre l’umiltà ti deve ricordare che tu rimani un peccatore.

                Soltanto per grazia di Dio sei quello che sei. Tu sai che nessun bene abita in te, intendo dire nella tua carne; infatti puoi volere il bene, ma non avere la capacità di attuarlo. Avendo sempre presente questa tua insufficienza radicale che ti porta a sussurrare senza posa: “Signore Gesù, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di me peccatore”, bandisci dalla tua vita ogni specie di orgoglio. Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Puoi essere giustificato soltanto mediante un umile pentimento. Il tuo tesoro, lo porti in un vaso d’argilla perché si veda bene che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da te.

                Insieme con il pubblicano e con il centurione del Vangelo ripetigli continuamente: “Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto”; “Gesù abbi pietà di me peccatore”. Conta di più vedere i propri peccati che risuscitare i morti con la preghiera; chi riconosce le proprie debolezze è più grande di chi vede gli angeli. (Isacco il Siriano)

[Libro di Vita, § 119, ed. Piemme 1987]

 

Da dove vengono questa nostra fragilità e grandezza?(dignità)---------------> poiché siamo creati a immagine di Dio.

 

                “allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo” (Gn 2,7)

 

Nella creazione l’uomo prende consistenza dalla terra, meglio, dalla polvere.

 

                L’uomo si chiama ADAM

                E in ebraico terra si dice ADAMAH

 

Dio plasma l’uomo --------------------------------------------> questo verbo descrive proprio l’operazione del vasaio

                                                                                                 che lavora la creta.

Il testo biblico vuole dirci che l’uomo è strettamente

imparentato  con la materia.

Abbiamo un legame stretto con la terra.

 

                                                                                      es. “tu fai ritornare l’uomo in polvere” Sal.90

                                                                                           “il Signore ricorda che noi siamo polvere” Sal.103

 

nb----> l’essere troppo angelici, troppo spirituali – “solo testa”

            è andare fuori da questa coscienza biblica

            da questa verità sull’uomo.

 

La Bibbia guarda l’uomo con molto realismo.

Ne vede la fragilità, la finitezza, il limite.

 

Questo vaso, se cade si rompe, può avere delle scalfitture,

delle imperfezioni                                                                      possiamo avere in noi delle ferite

                                                                                                    che ci dobbiamo tenere.

  

Alle ceneri ci viene detto: “ricordati che sei polvere…. e polvere tornerai”

 

Ma…se ci fermassimo qui sarebbe ben triste….

dentro questo “vaso” Dio mette “qualcosa”

 

Gn.2,7 …… (Dio) soffiò nelle sue narici un alito di vita

                     e l’uomo divenne un essere vivente.

                                                                                               l’uomo riceve l’alito di vita: la neshamah

Pr.20,27……Lo spirito dell’uomo [la neshamah]

                     è una fiaccola del Signore che scruta

                     tutti i recessi segreti del cuore.

 

Questo soffio è come una lampada che entra nell’uomo e penetrando sempre più in profondità nel suo IO, lo illumina. Ed è un dono di Dio che solo l’uomo possiede.

 

Traduzione Francese----------> conoscersi e giudicarsi

Traduzione Tedesca-----------> l’autocoscienza

 

Questo soffio è qualcosa che ci rende superiori alle altre realtà create:

 

                cfr. Sal.8 ------> Tu l’hai fatto veramente di poco inferiore a Elohim,

                                         di poco inferiore a Dio stesso.

                                                                                   [dalla traduzione originale]

Ecco l’immagine e somiglianza di Dio.

 

Siamo polvere, siamo ossa inaridite

ma il soffio di Dio, lo Spirito di Dio

ci rende “VIVENTI”

 

Altra origine e causa della nostra fragilità: il peccato.

 

A causa del peccato

Noi nasciamo con una volontà  deviata da Dio

                                             debole per il bene

                                             inclinata al male.

nasciamo con una ragione portata all’errore

                con una sensibilità inclinata ai desideri disordinati.

 

è vero che il Battesimo ci rimette il peccato originale

ci dona la grazia

ma resta in noi come una debolezza spirituale

ed è per questo che c’è una lotta da fare.

 

                Rm.7, 14s. c’è in me il desiderio del bene

                                 ma non la capacità di attuarlo.

                                …il peccato abita in me.

 

San Paolo arriverà a dire: Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?

 

ma:

              Con l’aiuto dello Spirito, che ci è stato dato

              noi possiamo far morire i disordini dell’uomo peccatore.

                                                                              (Rm.8,13)

contro il peccato, dovremo lottare fino all’ultimo respiro.

ma abbiamo gli strumenti per farlo.

 

Occorre lottare contro la debolezza negativa,

quella che ci fa intiepidire --------------------------------> es. non è bene prendere come regola il minimo sforzo,

                                                                                    ho cinque talenti e agisco come se ne avessi due;

                                                                                    così invece di salire, si scende.

                                                                               es. sono convinto di cosa devo fare, ma non lo faccio.

                                                                                    così costruisco sulla sabbia, alimento una debolezza

                                                                                    negativa. Metto il vaso in bilico, al primo scossone

                                                                                    cade.

La vita di fede, la vita nuova in Cristo

non è così visibile.

Sembra che il vaso, per certe sue caratteristiche

gli faccia un po’ da schermo.

 

                               La vita nuova in Cristo, ora noi la portiamo in vasi di Creta.

                               Adesso o ancora nascosta con Cristo in Dio. (Col.3,3)

 

Perché il tesoro è nascosto?

Il tesoro è nascosto perché ha bisogno di un posto dove poter germinare. Questo posto è la fede. E’ nascosto come un granello di senapa, come il lievito, come il tesoro sotterrato nel campo.

Questo “semino” si schiuderà completamente quando saremo in cielo. Lì finisce la fede e inizia la visione. Ma la vita in Dio, la vita della grazia è già da ora un principio di vita eterna. Abbiamo in noi un principio di eternità.

 

Gratia est semen gloriæ  La grazia è germe della gloria.

 

Coltivare la vita di fede è permettere a questo germe di svilupparsi e crescere.

 

In questa crescita cosa capita?  San Paolo dice --------------> il nostro uomo esteriore si disfa [torna alla terra]

                                                                                       ma quello interiore si rinnova di giorno in giorno.

                                                                                                                                                (2Cor.4,16s)

 

Si rinnova secondo l’immagine di Dio che non conosce invecchiamento, perché la vita di Dio è al di sopra di passato, presente e futuro. E’ la vita di Cristo risorto.

 

Questa vita, questo germe è l’unica cosa necessaria di cui parla il Vangelo. A cosa ci serve guadagnare il mondo intero, o vivere fino a cento anni, se poi perdiamo questa vita?

 

Dicevamo che è necessario essere audaci….

                e allora bisogna puntare al TOP, la santità.

 

qualcuno pensa: non sarò mai un santo, a me basta salvarmi….

 

                Ma in cielo non ci sono che dei santi! I salvati sono dei santi! Non c’è un’alternativa alla santità.

                Dio non ci chiede mica l’impossibile!

Tu fai il possibile e quello che non ti è possibile, chiedilo diceva Sant’Agostino.

 

Conclusione: Ma si può vedere qualcosa di questo tesoro?

                                                                               |--------------> Sapienza nascosta e tesoro invisibile:

                                                                                                    a che servono? (Sir.20,30)

 

Non spegnete lo Spirito (1Ts.5,19) ci dice San Paolo

 

                Vuol dire che lo Spirito è qualcosa di acceso. Qualcosa che splende, che emana luce.

                                               Ricordate la lampada

                                                              la nashamah?

 

                L’anima che possiede la Sapienza porta in sé lo splendore della luce eterna e il riflesso della maestà di Dio; e, come è penetrata interiormente dalla grazia  di Dio, così irradia il suo splendore e il suo amore… Così gli amici di Dio partecipano già in questa vita della glorificazione che otterranno pienamente lassù.

[Guglielmo di Saint Thierry, Traitè de l’amour de Dieu, ed. M.M. Davy, Paris 1953, pp.131.133, citato nel Libro di Vita § 60.]

 

Chi è illuminato dallo Spirito in qualche modo lo riflette.

Quando una persona è veramente pacificata e vive in Dio… c’è qualcosa anche di visibile. Diciamo che il vaso diventa trasparente.

E’ l’esempio di tanti santi che attiravano le folle, pur nella loro estrema semplicità. (es. Padre Pio, Giovanni Paolo II, Madre Teresa).

 

    Abbiamo usato la metafora del vaso per dire alcune cose riguardo la vita di fede.

    Ma cos'è un vaso?

            E' una sottile parete

            con dentro un grande vuoto.

 

    Il cammino di fede

    deve farci diventare un umile vuoto

                        che Dio può riempire.

        Meno c'è di me stesso

        più c'è posto per Dio.

 

    Immaginiamo che il vaso finito, decorato ecc. sia....come Dio ci vuole. Il Santo che Dio vede già in noi. Quello che siamo chiamati a diventare. L'opera compiuta.

 

    Per arrivare qua, c'è un cammino, c'è un lavoro;

        questo lavoro     - è l'opera dello Spirito Santo in noi

                                - è da un lato la mano del vasaio e dall'altro il nostro acconsentimento all'opera.

 

            Su questo lavoro si va per tappe, per fasi.

            Nella vita spirituale c'è un'evoluzione.

 

    Io ora vorrei che entrassimo nella bottega del vasaio, per seguire questo lavoro.

                                E vedrete che ognuno può ritrovarsi in un punto o nell'altro della lavorazione.

 

1) All'inizio il vasaio prepara l'argilla,

    la umidifica

    e la impasta                                                                    - C'è sempre un tempo in cui Dio prepara in noi il terreno per poter operare.

                                                                                            Per renderci atti a rispondergli.

    Poi la sbatte ripetutamente

    per togliere tutte le bolle d'aria:

    durante la cottura

    esse rovinerebbero il vaso.

                                                                                        - Dio si serve delle prove della vita perché se ne vadano da noi

                                                                                          gli egocentrismi, perché non possiamo arrivare al faccia a faccia

                                                                                          con Lui se siamo pieni di egocentrismo.

2) Liberata dalle bolle

    l'argilla viene messa sul tornio

    per vedere se vi aderisce bene.

                                                                                        - C'è un momento in cui il Signore ci chiede:

                                                                                          "Sei Pronto?  Vuoi aderire a me?

                                                                                          Vuoi seguirmi sul serio?"

    Se scivola via

    non si può proseguire col lavoro.

                                                                                       - Può succedere che noi non siamo pronti.

                                                                                         Allora Lui pazienta. E ci riprepara

                                                                                         (Forse si è riformata qualche bolla).

                                                                                         Dio non può dire "sì" al nostro posto.

                                                                                         Se bisogna partire con il tornio

                                                                                         bisogna che noi acconsentiamo.

3) Altra fase: la massa di argilla,

    ora che aderisce bene,

    viene posizionata bene al centro del tornio.

                                                                                        - Detto il "sì",

                                                                                          bisogna che siamo veramente presenti

                                                                                          là dove Dio ci ha posti.

    Perché se non è bene al centro,

    quando il tornio gira,

    l'argilla se ne parte di traverso.

                                                                                       - Se iniziamo a sognare "altro"

                                                                                         viviamo come "scentrati".

 

                                                                                         Come fa Dio a plasmarci?

4) Ora il vasaio

    fa girare il tornio e inizia

    a modellare con le mani.

                                                                                       - Dio mi forma a sua immagine

                                                                                              *nelle opere d'arte, l'opera riproduce

                                                                                                sempre qualcosa dell'artista.

                                                                                         vuole ridarmi quella somiglianza con Lui,

                                                                                         che il peccato ha offuscato.

                                                                                         Dio mi RI-CREA.

    Spinge all'interno con le dita

    per dare forma

                                                                                      - è l'opera del Dito di Dio

                                                                                        dello Spirito Santo.

5) Poi prende il vaso, ancora grezzo,

    e lo pone in un luogo all'ombra

    e all'umidità.

                                                                                        - Che cosa succede?

                                                                                        Questo povero vaso si sente

                                                                                        incompleto e abbandonato.

    Il vaso deve asciugare un po'

    ma non troppo velocemente.

                                                                                        Il silenzio di Dio.

6) Dopo un po' di tempo

    il vaso viene rimesso sul tornio

    e con una lama

    viene tolto ciò che è in eccesso.

                                                                                      - Ancora le prove

                                                                                        questa volta taglienti.

                                                                                        Dio toglie ciò che è di troppo,

                                                                                        il superfluo.

7) L'artista incide il suo nome sul vaso

                                                                                     - Noi siamo suoi.

                                                                                       Gli apparteniamo.

                                                                                       Il suo nome è inciso in noi.

8) Il vaso è messo ancora a seccare

    in un luogo buio e ogni tanto il vasaio

    viene a verificare lo stato di umidità.

    Lo fa appoggiando il vaso

    contro la sua guancia

                                                                                    - Che strano!

                                                                                      Cosa sono queste alternanze?

                                                                                      Prima mi mette da parte e poi

                                                                                      viene e mi mostra affetto....

                                                                                      Incomprensibile! (per me)

                                                                                      (v. Osea, 11,4)

                                                                                      Ma Lui sa quello che fa.

                                                                                      Se non sono ben secco

                                                                                      Non terrò alla prova del fuoco.

9) Finalmente arriva il giorno

    in cui il vaso viene messo nel forno

    per la cottura.

                                                                                      - L'amore di Dio

                                                                                      è un fuoco divorante.

                                                                                      Questa è l'esperienza dello Spirito

                                                                                      che penetra tutto quello che sono.

                                                                                      L'Amore mi rende Amore.

                                                                                      "La tua anima. giorno e notte,

                                                                                      sia ricolma della presenza amorosa

                                                                                      del Signore, e avrai vita". (Libro di Vita, paragr. 1)

 

Adesso la massa di argilla

è proprio un vaso.

L'opera è compiuta.

                                                                                      Sono diventato quello che sono,

                                                                                      quello per cui sono stato creato.

 

Notare che:

    - Su qualunque fase, l'artigiano ha un rapporto

      diretto con il lavoro stesso.

      Lo segue sempre

                                                                                      - Il Signore non mi molla.

                                                                                         Sa il suo mestiere e vuole fare un bel vaso.

   

    - In qualunque fase di questo lavoro io mi trovi oggi,

      la cosa importante è che io corrisponda a quello che Lui vuole fare

      che io mi OFFRA interamente all'azione dello Spirito, facendo la mia parte.

 

    . Il resto: è il segreto di Dio.

 

Per questo cammino quaresimale:

        oggi, a che punto sono nelle mani di questo artigiano?

        mi lascio davvero plasmare?

        gli permetto di avanzare nel lavoro o lo costringo sempre a ricominciare da parte?

 

        Sono capace di stare un po' fermo mentre Lui lavora, di "perseverare", oppure gli scappo dalle mani, cercando altre vie: fare di testa mia, scansare le difficoltà, ecc. ecc.?

 

 

Domenica 23 novembre 2008 - Domenica con Dio in Badia sul tema: "La speranza in San Paolo"  Insegnanento di Mons. Dante Carolla

      In materia di speranza il mondo di oggi mi sembra molto malato. Il nostro mi sembra un mondo povero di speranza, talvolta privo di speranza e spesso addirittura disperato.

    Mi sembra che ci vorrebbe poco a dimostrarlo. Basterebbero poche citazioni di autore o come si dice oggi di opinions leaders  per averne una preoccupante conferma. Mi limito solo a ricordare quella espressione terribile di Sartre:” L'uomo, una passione inutile”! L'uomo tende a qualcosa, desidera qualcosa, aspira a qualcosa, ma inutilmente. L'uomo è frustrato da una realtà frustrante. L'uomo è un treno senza meta, che vaga non si sa dove né perché. In altre parole l'uomo è assurdo, non ha un senso in se stesso, è una realtà illogica e quindi insensata.

    Un'altra testimonianza di questo potrebbe essere quella notizia apparsa sui giornali di recente secondo la quale in una località vicina ad Oxford è stato deciso di proibire qualunque riferimento al Natale sempre per rispettare tutti(!) e promuovere in sua vece la festa delle luci d'inverno.

    Di fronte a questa notizia mi limito a riportare una riflessione del Card. Biffi:” Ciò che mi pare senza avvenire è la cultura del niente, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale che sembra essere l'atteggiamento dominante nei popoli europei più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità”. (“La città di S. Petronio nel terzo millennio”)

     Un mondo di questo tipo è un mondo senza speranza e senza futuro. Ma non è un caso. E' un mondo senza speranza perché senza sicurezze,senza prospettive, senza meta, un mondo che non aspetta più nulla. “La lunghezza dell'ora è insopportabile per chi non aspetta più nulla”, ha scritto Pavese. E' un mondo che non aspetta più nulla perché non crede più a nulla e a nessuno e questo perché l'uomo moderno e postmoderno non ha risolto il problema più arduo, più insolubile e più terribile, quello della morte. L'esito inevitabile di fronte a questa situazione è l'evasione e l'alienazione. Si comprende bene come in un mondo in cui non c'è più posto per la speranza l'uomo si difende con la e nella fuga dalla realtà, creandosi un mondo, una realtà che non esiste in cui si rifugia, per dimenticare, illudendosi di non soffrire o di soffrire meno. Ecco allora la droga, non solo quella classica. Ci sono tante “droghe” che sembrano innocenti e innocue, ma sono ugualmente pericolose e distruttive, per esempio il lavoro.

    E' interessante scoprire che certi pericoli e certi problemi, in fondo, non sono esclusivi del nostro tempo, con queste problematiche si è scontrato, e così entriamo nel vivo del nostro tema, anche S. Paolo.  Mi riferisco all'episodio riportato da Atti 17 quando S. Paolo “fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli” (At. 17,16) e, dopo aver annunziato Gesù e la sua risurrezione davanti all'Areopago, dovette registrare lo scetticismo e la derisione degli ateniesi:” Ti sentiremo su questo un'altra volta”. (At.17, 32). Anzi S. Paolo stesso definisce i non credenti, “quelli che non hanno speranza”: “Non vogliamo poi lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza”.(1 Ts. 4,13) Questo passo ribadisce che è proprio la morte che priva gli uomini di qualsiasi speranza e proprio di fronte ad essa il credente ha motivo per sperare.

    S. Paolo diventa ancora più esplicito in Ef. 2,11-12:” Ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo”.

    Ai cristiani di Efeso provenienti dal paganesimo egli ricorda il loro passato: essi erano pagani, senza Cristo, senza la promessa messianica e quindi senza speranza e senza Dio. Da notare che per Paolo essere senza Cristo, senza Dio, privi delle promesse messianiche vuol dire essere senza speranza. Dunque essere privi della fede nell'unico Dio vivo e vero, rimanere schiavi del paganesimo e dell'idolatria vuol dire rimanere senza speranza.

 

La speranza di Paolo è nella risurrezione di Gesù.

 

    Prendiamo il cap. 15 della prima lettera ai Corinti. “Vi ho trasmesso, dice l'Apostolo, anzitutto quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture”.(1 Cor. 15, 3)

Questo è il nucleo dell'annuncio: Cristo morto e risorto. Egli, dopo la sua risurrezione, è apparso a Cefa e poi ai dodici, a più di 500 fratelli in una sola volta, a Giacomo e poi a lui stesso. Paolo insiste sulla realtà della risurrezione fino a dire di fronte a quelli che negano la risurrezione, che se questa non fosse vera sarebbe vana la sua predicazione e la fede dei Corinti. Ma aggiunge una frase che mi ha sempre molto colpito anche perché la trovo di una sorprendente attualità. “Se poi, dice Paolo, noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini”. (1 Cor. 15, 20) E' un'aggiunta decisiva che dice il fondamento della speranza di Paolo.

    Se Cristo non fosse risorto sarebbe sempre un grande uomo, un grande maestro, un grande eroe, un grande esempio per l'umanità di tutti i tempi, ma la nostra sarebbe una speranza limitata solo a questa vita e allora saremmo da compiangere più di tutti gli uomini. Ma Cristo è risorto per questo la nostra speranza è incrollabile e attendibile.

    Nella lettera ai Romani particolarmente al cap. 5 troviamo un'ulteriore testimonianza di questa speranza in Paolo. Qui l'apostolo afferma chiaramente che la speranza del cristiano è fondata proprio sulla morte di Cristo fonte di vita e di risurrezione.

    “La speranza non delude perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori” (Rm.5, 5)La prova di questo amore e quindi il fondamento di questa speranza è che “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito”. Ora dice Paolo è già difficile trovare qualcuno che offra la sua vita per una persona dabbene, figuriamoci per un empio! “Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché mentre eravamo ancora peccatori Cristo è morto per noi”. Ma quello che vorrei sottolineare è che appunto da peccatori siamo stati, nonostante tutto, amati fino alla morte, a maggior ragione ora che siamo riconciliati dal suo sangue “siamo salvati  mediante la sua vita”.

    E' la sua vita, la sua risurrezione che ci salva e quindi costituisce il motivo più alto, il fondamento più solido della nostra speranza.

“Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita....laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”. (Rm. 5,17-18.20-21)

La risurrezione di Gesù è la caparra della nostra risurrezione.

 

     Al cap. 6 della lettera ai Romani Paolo fa con audacia un'affermazione sorprendente per non dire sbalorditiva: in realtà il battezzato è già risuscitato. “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme con lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti  per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione...Se siamo morti con Cristo crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù”.(Rm.6,1-11)

    La risurrezione di cui parla S. Paolo non è una risurrezione spiritualista e astratta, è una vera risurrezione, voglio qui sottolinearlo con forza, della carne non semplicemente dell'anima.

    Nella prima ai Corinti S. Paolo, dopo aver messo in guardia i suoi fedeli dal pericolo di non credere alla risurrezione che toglierebbe ogni significato al vivere ( “se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” come diceva il poeta greco Menandro) afferma con solennità:

    ”Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti certo moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. E' necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della  Scrittura:”La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è o morte la tua vittoria? Dov'è o morte il tuo pungiglione? (1 Cor. 15,51-55)

    Questo è molto importante. Qui possiamo fondare davvero una speranza nuova la speranza che tutto di noi viene salvato per l'eternità ed è chiaro che se siamo liberati dalla corruzione della carne ciò vuol dire che in un certo senso tutto di noi partecipa della vita eterna e allora è importante e significativo anche un filo d'erba. Tutto rimane per la vita eterna. Allora la fede non è una fuga un rifugio in un al di là misterioso ed estraneo, al contrario è la valorizzazione eterna di ogni aspetto anche il più materiale della nostra esistenza terrena. Del resto la concezione dell'uomo come composto di anima e di corpo è di origine greca, vedi Platone, ma la concezione biblica è già molto diversa e certamente più vera e più giusta. L'uomo non anima e corpo ma si potrebbe dire un'anima carnale e una carne spirituale, è insomma una persona e tutti i fattori che lo compongono sono destinati alla pienezza dell'eternità.

     Nella lettera ai Romani S. Paolo arriva a dire perfino: ”La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità, non per suo volere ma per volere di colui che l'ha sottomessa, e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti, che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se visto non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”. (Rm. 8,19-25) Vorrei sottolineare di questa citazione due concetti: la redenzione del nostro corpo, quindi la liberazione dalla corruzione segno del potere della morte e il fatto che nella speranza noi anticipiamo già la salvezza. Noi siamo già risorti, come spesso affermano i santi, viviamo già la vita del cielo se accogliamo nella nostra carne il Mistero di Cristo risorto.

 

La speranza nella Grazia

 

    Un altro aspetto molto importante, secondo me, di questa speranza paolina è il fatto che essa si fonda sulla Grazia e non sulla legge.

    S. Paolo mi sembra ferocemente geloso di questo primato assoluto della Grazia sulla Legge, è uno dei suoi cavalli di battaglia.

    Nella lettera ai Galati insiste con forza nel dire che la salvezza non viene dalla carne, cioè dalla circoncisione, quindi dall'appartenenza etnica a un popolo, ma viene dalla fede che aderisce alla predicazione del vangelo e quindi, in ultima analisi dalla Grazia. “E' per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d'intelligenza che, dopo aver cominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne?...Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione”? (Gal. 3,2-5)

    La gratuità di questa salvezza, opera esclusiva dell'iniziativa di Dio è ancora più esplicitamente e chiaramente affermata nella lettera agli efesini:” Dio, ricco di misericordia, per il grande ( gr. pollén, lat. nimiam), amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua”. (Ef. 2, 4-10)

    Questo brano è particolarmente bello e toccante. S. Paolo dice che l'”eccessiva”, l'”esagerata” carità di Dio ci ha ridato la vita in Cristo e così ci ha salvato, anzi egli dice che con Cristo noi siamo già risuscitati, ci siamo già assisi nei cieli, insomma per sua grazia possediamo già i beni futuri, ma questo  non può essere che frutto di un dono divino e non conquista nostra.

    E' quella che Paolo chiama la speranza della gloria dove gloria in qualche modo coincide con la vita eterna, con la vita del cielo. Nella lettera ai Colossesi Paolo parla “del mistero nascosto da secoli ma ora manifestato ai suoi santi ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi speranza della gloria”. (Col. 1,26-27)

    Un ultima parola la potremmo dire sulla speranza dell'uomo Paolo, specialmente di fronte alle prove della sua vita fino a quella suprema della morte.

    Spesso S. Paolo fa riferimento nelle sue lettere alle sue vicende personali magari anche drammatiche che però non sono riuscite a piegare la sua speranza.

    E' il caso di 2 Cor.4,7-5,8. In questo brano l'apostolo parla chiaramente delle sue tribolazioni e persecuzioni ma ciò nonostante è convinto che la risurrezione di Gesù è più forte e in ultima analisi vincitrice, di tutte le sue contrarietà. “Siamo tribolati da ogi parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”.

    Tutto il discorso prosegue fino a buona parte del cap. 5 incentrato tutto sul mistero della risurrezione nella speranza che “ciò che è mortale venga assorbito dalla vita”. (2 Cor. 5,4) Un altro passo molto interessante in cui Paolo dovendo in qualche modo giustificarsi, fa riferimento alla sua vita tumultuosa e avventurosa a servizio del vangelo è quello di 2 Cor. 11,21-12,10. In questo brano Paolo intende difendere la sua autorevolezza di apostolo e per far questo fa una specie si sintesi della sua vita spesa per il vangelo. Da questo racconto veniamo a conoscere momenti molto drammatici della sua vita: cinque volte i trentanove colpi, tre volte battuto con le verghe, una volta la lapidazione, tre volte naufragio, viaggi innumerevoli pericoli di briganti fame e sete digiuni freddo e nudità e in tutte queste avversità l'assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese. Segno che anche queste prove terribili non sono riuscite a estirpare la speranza dal suo cuore. Ma forse la spiegazione sta proprio nella conclusione del v. 10 del cap. 12: “Quando sono debole è allora che sono forte”!

    Infatti poco prima aveva raccontato la sua sofferta esperienza che lo aveva spinto a chiedere al Signore per tre volte di allontanare da lui “l'inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarlo” e il Signore gli aveva risposto:”Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

 

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