sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

                                                            

OMELIE anno 2012

Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina

 

 

Domenica 15 aprile 2012 - Domenica in Albis - appunti di sr. Sarah sull'Omelia di S. Em. Card. Silvano Piovanelli

      Domenica in albis “deponentis”- si deponeva la veste bianca del Battesimo. Comprendere grazia del Battesimo. Ringraziamo per questo dono che abbiamo ricevuto? Lui  ha voluto che fossimo ripieni di questa ricchezza .

     Tommaso, segno preciso della non credenza: vuole fare l’esperienza. E’ detto Didimo: gemello. Potremmo anche pensare che tutti siamo un po’ Didimi,  in noi c’è sempre uno gemello: uno che crede e uno che  resiste ad abbandonarsi completamente a Lui. C’è in noi una doppia personalità: bisogna che cresca lo spazio della fede, della speranza , dell’Amore. Bisogna credere di più, amare di più, indefettibilmente sperare. C’è Gesù, ma Gesù Risorto! E’ difficile pensare ad un corpo risorto! Non è un corpo materiale, è un corpo spirituale; Noi formiamo i nostri concetti sulle cose che si vedono. Gesù è risorto e anche noi risorgeremo. Anche Maria è risorta!

     Bisogna che lo spazio della fede diventi sempre più largo; corriamo nella corsia che ci sia dinanzi. E’ il figlio di Dio che è corso nella nostra matura umana, anche nel dolore, nella disperazione. Come Tommaso vorremmo qualche elemento più concreto e allora il Signore ci dice di toccare: quando possiamo toccarlo? Quando ha detto: quello che voi farete al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me! Possiamo veramente così toccare il Signore. Allora veramente la c’è un segno evidente del Risorto e se avessimo il coraggio  del non giudizio, perdono, accoglienza... saremmo la luce del mondo! Guardiamo mentre sono quel che sono, bisognoso di essere riconosciuto, bisognoso di essere aiutato. Deponiamo le vesti del Battesimo per vivere del Battesimo nel quotidiano. Lo rivestiamo interiormente.

     Riprendiamo il nostro cammino. E noi monaci e monache rendete grazie per portare ogni giorno la veste bianca ( tipo di vita diversa) sempre più fedeli perché la vita consacrata è l’epifania del Battesimo. Ci impegniamo nella fedeltà. Maria che ha vissuto più intensamente la fede nella Risurrezione ci faccia cristiani consapevoli del dono ricevuto e ci renda capaci di rispondere in una maniera sempre più piena.

 

Domenica 8 aprile 2012 - Veglia Pasquale - fr. Massimo-Maria

 

Il testo evangelico di Marco, che questa notte la liturgia ci dona di ascoltare, si apre con le donne che impazienti, appena possono, ancora attonite e sgomente si recano alla tomba di Gesù.

Si recano in un cimitero, per onorare il corpo di un morto.

Un gesto di pietà, del tutto normale, che voleva esprimere ancora una volta l'affetto per il Signore, e magari arrecare un poco di sollievo al loro dolore.

Nel loro avanzare mesto e raccolto, una sola preoccupazione abita il loro cuore e rompe il loro silenzio: “Come entrare nel sepolcro a causa dell'enorme masso che ne ostruiva l'ingresso.”

Avvicinate al sepolcro e insieme al sole che inizia a levarsi, per loro, gradualmente, si svela l'inatteso, si delinea l'incredibile, sono poste dinanzi all'impensabile.

Il masso è rotolato. Il sepolcro è vuoto. Il Maestro non è più là. Un angelo parla per Lui annunciando la più incredibile e sconcertante vera buona notizia: Gesù è Risorto, non è qui, vi precede in Galilea lì lo vedrete. Ora non perdete tempo, annunciatelo a Pietro, agli altri suoi amici e date inizio alla corsa del Vangelo della Resurrezione per sempre sino alla fine della storia.

 

Fratelli e sorelle questa Buona Notizia, partita quel mattino, ha percorso i secoli ed ha superato le tempeste della storia e con la stessa forza e freschezza ci raggiunge ancora: Gesù è Risorto! Gesù è vivo! La morte è sconfitta! Noi siamo salvi! Questa è la Pasqua.

 

Per approfondire ancor più la luce di un tale annuncio e per nutrire ancor meglio la nostra fede possiamo raccogliere almeno due riflessioni a partire dal testo di Marco.

 

Il primo annuncio della Pasqua è affidato a delle donne. Nella scala della dignità della società orientale del tempo erano considerate “ultime“. Pensiamo che nel contesto giuridico non erano considerate soggetto in sede di processi, non erano abilitate a testimoniare. Prima considerazione: se la resurrezione di Gesù fosse stata una abile creazione della comunità cristiana delle origini, non si sarebbero mai scelte delle donne per essere le prime testimoni, avrebbe significato partire con una testimonianza giuridicamente nulla. Se questa prima considerazione è importante, la seconda è preziosa ed è questa: ancora una volta sono scelti gli ultimi, i piccoli per essere testimoni e annunciatori delle meraviglie di Dio.

 

Per avvicinarsi alla grandezza di Dio non c'è altra strada che quella della piccolezza, per accogliere lo splendore del Risorto non c'è altra postazione che quella dell'umiltà.


Fratelli e sorelle perché la nostra Europa è in una profonda crisi di fede? Perché i contenuti della fede cristiana che ha fatto ciò che siamo, sono messi alla pari dei miti greci o sostituiti con le filosofie dell'oriente?

 

Perché noi davanti alla notizia, all'evento sconvolgente della Resurrezione di Gesù rischiamo di fare come i greci con San Paolo nell'areopago di Atene che conclusero: “ Le favole sono belle, ma per esse non abbiamo tempo, sarà per un altra volta”?

 

Siamo pieni, smisuratamente pieni, esageratamente pieni di noi stessi. Corriamo dietro a tutte le parole degli uomini, ma non facciamo spazio alla Parola di Dio.

Consideriamo favole puerili le promesse di Gesù, la sua vita, la sua storia, il suo mistero. Siamo pronti a dilapidare una fortuna credendo a chi ci promette elisir di lunga vita, e non abbiamo l'audacia di chiederci con onestà e attenzione: “ E se Gesù è davvero Risorto? Saranno poi stati tutti folli i martiri che sono morti per confessare la sua Resurrezione? Saranno poi stati tutti inetti i santi che hanno dato la vita per Lui certi che tutto non si chiude negli spazi stretti della storia, ma anzi in Gesù la morte è l'inizio di una eternità con Lui? Sarà pura fantasia che oggi ancora tanti uomini e donne a Lui il Risorto gli danno la vita e se ne avessero cento di vite gliele darebbero tutte?

 

Cari amici noi moderni, è vero, penetriamo le galassie ma, stiamo perdendo il cielo.

Pensiamo di sapere tutto ma ci sfugge l'essenziale.

 

La ricchezza certo non è un male, tutt'altro. La conoscenza non è per nulla negativa, né la scienza affatto da trascurare. Le stupende e incredibili conquiste dell'uomo sono segno della benedizione di Dio.

 

Ma restiamo al nostro posto, ritroviamo il nostro posto: noi non siamo Dio. Questo nostro mondo, piccolo e stupendo, non è tutto. Ciò che ci sfugge è più di ciò che è capace di impressionarci e monopolizzare il nostro interesse.


I pastori a Natale e le donne a Pasqua ci dicono che è essenziale riprendere il cammino della piccolezza, della semplicità, dell'umiltà, per fare spazio al dono di Dio nella nostra vita e per accogliere tutta la luce del Risorto e tutta la sua promessa di vita.

 

Il dono di Dio è la Pasqua del Suo Figlio, la vera buona notizia a cui aprire la vita è la Resurrezione di Gesù.

 

Ed ecco l'altra riflessione da raccogliere a partire dal testo evangelico.

E' importante sapere che la pietra sepolcrale nell'antico Israele era il sigillo della bocca degli inferi che secondo la terribile espressione del libro dei Proverbi: “ Ha sempre fame e non dice mai : Basta!”

Ora essa, la pietra sepolcrale della tomba di Gesù – simbolo di tutte le pietre sepolcrali – essa, al mattino di Pasqua, è rovesciata per dire che la zona della morte non è più frontiera irreversibile, ma aperta. Nella morte di Gesù è morta la nostra morte e nella sua Resurrezione per sempre è rinata per noi la vita che non muore.

Questa è la Pasqua di Gesù che ci riunisce nel cuore della notte in questa Chiesa e che dà senso all'umana esistenza, riempie di speranza le nostre notti ed è sorgente luminosa per il nostro futuro, ci fa camminare nella storia con lo sguardo rivolto all'essenziale: la vita piena in Dio che il Risorto ci ha procurato al di là della storia.

 

Una grande e importante grazia non possiamo non chiedere al Signore per noi, per tante persone care al nostro cuore e per tanti uomini e donne smarriti e disperati in questa Santissima notte. Ma anche un sereno e simpatico proposito non possiamo non fare, se tutto ciò andiamo dicendo è vero, in questa notte di Pasqua.

 

La grazia la esprimerei con una preghiera breve ma intensa tratta da un romanzo di Antoine de Saint- Exupery: “Appari a me, o Signore, perché è tutto molto faticoso quando si perde il gusto di Dio.”


Non è forse vero che abbiamo tanto, forse troppo, dicevamo ci sentiamo adulti e autosufficienti – cioè crediamo di bastare a noi stessi – ma siamo soli, sempre preoccupati e spesso affaticati. Abbiamo perso Gesù Risorto, il gusto di Dio. Il Signore ci trovi piccoli e doni a noi e a tutti la grazia del gusto di Lui: il Risorto. Tutto cambia. Come ha scritto il Santo Padre: “ Nel nostro cuore c'è gioia e dolore, sul nostro viso sorriso e lacrime. Così è la nostra realtà terrena. Ma Cristo è Risorto, è vivo, e cammina con noi. Per questo cantiamo e camminiamo, fedeli al nostro impegno in questo mondo, con lo sguardo rivolto al cielo.”

 

Il proposito lo prendo da un aneddoto che il Cardinale di New York ha raccontato nella sua relazione sulla nuova evangelizzazione al Papa ed ai Cardinali all'ultimo concistoro: “ Quand'ero seminarista al Collegio Nord americano tutti gli studenti di teologia del primo anno di tutti gli atenei romani furono invitati ad una Messa in San Pietro celebrata dal Prefetto della Congregazione del Clero il Card. Wright. Ci aspettavamo una omelia dotta, cerebrale. Ma lui iniziò così:” Carissimi fate a me ed alla Chiesa un favore: quando girate per le strade di Roma, sorridete!”

 

Fratelli e sorelle il sorriso che nasce da una gioia profonda sarà il segno più certo che abbiamo fatto spazio al dono di Dio nella nostra vita, e che ci siamo fatti piccoli e umili per cui il Risorto ha brillato potentemente nella nostra vita. E' rinato fresco e profondo il gusto di Dio. Amen. Buona Pasqua!

 

giovedì 5 aprile 2012 - giovedì santo S. Messa “ In coena Domini “ - fr.Massimo-Maria


 

Nel cuore abbiamo ancora il giubilo delle folle di Gerusalemme e l'esultanza che la liturgia ci ha donato di vivere domenica scorsa nell'invitarci a seguire Gesù che entrava a Gerusalemme per celebrarvi la Pasqua.

 

La stessa liturgia questa sera ci fa entrare con il Signore Gesù in quella stanza, al piano superiore, nel cuore della città santa, in un clima più intimo, interiore, di grande raccoglimento, per mangiare quella Pasqua che il Signore ardentemente ha desiderato celebrare con i suoi, per i suoi, per ciascuno di noi.

 

Con questa liturgia la Chiesa entra nel triduo pasquale, il triduo sacro, vertice di tutto l'anno liturgico. S.Agostino con una espressione davvero felice ed eloquente parla del : “triduo del crocifisso, del sepolto e del Risorto”, mostrando così che il triduo non è preparazione alla Pasqua, come si può erroneamente credere, ma ogni istante che viviamo in questi giorni santi, è un momento dell'unico mistero pasquale, è l'unica Pasqua che certo ha il suo culmine nella Resurrezione del Signore.

 

In questa liturgia, della cena del Signore, la comunità cristiana fa memoria dell'Istituzione dell'Eucarestia e del Sacramento dell'Ordine e insieme della consegna, da parte del Maestro, della legge nuova, del comandamento nuovo, quello dell'amore.

 

I tre doni che il Signore fa alla sua Chiesa, in quest'ora solenne della sua vita, sono tra loro intimamente legati.

 

Ci aiuta a comprendere meglio questo legame se teniamo presente una categoria che è chiaramente presente in questa liturgia e in tutto il mistero pasquale: il dono, il donare.

 

Gesù prende il pane, lo spezza e lo dona. Gesù ricevuto il calice, lo benedice e lo dona. Gesù istituendo il ministero sacerdotale si dona, si pone nella mani della Chiesa abilitando alcuni a rendere presente la sua vita donata nell'Eucarestia.

Ed ancora Gesù sulla croce realizzerà il dono significato nel pane spezzato e nel vino versato,anzi proprio sulla croce il dono totale della sua vita sarà compiuto. Infine Gesù col gesto della lavanda dei piedi, facendosi servo, fa dell'amore che si dona l'unica logica, l'unico comando, l'unica legge che per sempre distinguerà i suoi amici, lo renderà presente nel mondo attraverso la testimonianza dei suoi, come prolungamento di quella Sua Presenza suprema che è il pane dell'Eucarestia.

 

Fratelli e sorelle, rendendo grazie al Signore per il dono immenso del suo corpo donato e del suo sangue versato, benedicendolo per il suo ministero di salvezza perpetuato nella Chiesa da quella sera fino ad oggi nel mondo attraverso la vita dei suoi ministri, lasciandoci raggiungere dall'invito a fare dell'amore che si dona la regola suprema della vita, soffermiamoci su quel particolare gesto di donazione che Gesù pone la sera della Pasqua nel cenacolo: la lavanda dei piedi.

 

Sulla stessa linea del pane e vino donati si colloca il segno semplice e solenne, discreto e forte della lavanda dei piedi.

Ogni gesto è importante ed ogni azione di enorme significato.

Gesù si alza da tavola, lascia la presidenza – potremmo dire – e si cinge di un asciugatoio. Fratelli e sorelle, Gesù non compie propriamente un gesto di servizio, piuttosto si fa servo!

E poi passa a lavare i piedi. Si porta liberamente e volontariamente ai piedi dei suoi discepoli. Un Maestro che lava i piedi ai discepoli: per la mentalità del tempo un gesto sconcertante, era il gesto riservato agli schiavi.

Gesù scende – sottolineo scende – per arrivare ai piedi dei discepoli.

Poi ritorna a tavola e spiega : Io sono Maestro e Signore, è vero! Ma se il Maestro lava i piedi voi non dovete lavarli a Lui, ma lavarveli reciprocamente.

 

Nello stesso Vangelo Gesù afferma: “ Amatevi come io vi ho amato”.

Non ci sono più né alibi, né scorciatoie, né interpretazioni, né opinioni, stasera Gesù il “ come “ Gesù ce lo mostra con disarmante chiarezza.

 

Ma raccogliamo ancora un'altra caratteristica di questo come, meno evidente, ma non meno importante.

Quando Pietro non capendo il gesto di Gesù vorrebbe sottrarsi e Gesù spiega il senso di quanto va facendo, il Signore dice ad un certo punto: “ Non tutti siete mondi” e subito precisa San Giovanni: “ Gesù sapeva chi lo tradiva”.

Gesù con queste parole non sta rivolgendo un accusa al traditore, o cercando di umiliarlo, piuttosto una volta ancora gli sta tendendo la mano. Giuda infatti era in quel momento il solo a poter capire questa precisazione del Maestro.

 

Sarete beati se amerete così, come io ho fatto – ci dice il Signore!”

 

Fratelli e sorelle,

il comando di Gesù non è un richiamo ad una generica solidarietà umana, buona, nobile, ma ancora poca cosa rispetto a ciò a cui il Signore vuole condurci. Lui attraverso la sua parola e il suo esempio fa sorgere per noi la possibilità di una vita che sia tutta ”secondo Gesù”, una vita che prendendo la distanza da logiche puramente umane sia vissuta come reale, fecondo, potente atto d'amore, come Gesù appunto!

A noi è domandato stasera di accogliere questa possibilità.

Come è possibile?

Come si può compiere questo comando nella nostra vita?

Non pensiamo anche noi cristiani, talvolta, che sia utopico tutto ciò, idealista?. Perdonare si, ma c'è un limite! Donare si, ma il buon senso – il benedetto buon senso - L'umiltà certo, ma la mia dignità è pur importante e viene certo prima. Scendere ai piedi di Gesù si può magari, ma ai piedi dei fratelli è troppo, e ai piedi di chi ci ha fatto torto o ci considera nemici è esagerato.

Gesù non demorde: “ Come ho fatto io fate anche voi”.

Come è possibile? ci chiediamo ancora.

Abbiamo bisogno di una radicale conversione, di una profonda conversione del cuore.

E' essenziale convertirsi a....Lui!

Solo a partire da Gesù è possibile la condivisione. Solo radicandosi nel suo mistero e passando per la sua croce è possibile una tale fraternità!

 

Il Papa, proprio oggi nella Messa Crismale, parlando ai sacerdoti ha affermato qualcosa che credo sia utile per tutti:

 

è richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, che io non rivendichi la mia vita per me stesso, ma la metta a disposizione di un altro – di Cristo. Che non domandi: che cosa ne ricavo per me?, bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? ...Cristo non domina, ma serve; non prende, ma dà ...”

 

Fratelli e sorelle il segreto si trova in quel “Fate questo in memoria di me”. Per i discepoli è essenziale celebrare il sacramento della croce, della vita donata di Gesù. E' capitale cibarsi di Lui, adorarLo.

Solo così si può essere capaci di scegliere costantemente di raggiungerlo poi ai piedi degli altri nel servizio, nella donazione, nella Carità. Solo così possiamo amare come Egli ama. Aderire a Lui è il segreto di tutto e la chiamata di stasera.

Un autore spirituale contemporaneo ha scritto, e concludiamo: “ I discepoli che vogliono essere fedeli, comprendendo ciò che il Maestro dice e fa, saranno beati se accetteranno di fare l'esperienza della medesima estrema umiltà aderendo con fede a Lui.

Vi ho dato l'esempio perché come ho fatto io facciate anche voi”

In ogni difficile situazione della nostra esistenza dovremmo essere consapevoli di stare vivendo l'ora di Gesù.

L'Amore divino si è abbassato a lavare le nostre sozzure, si è cinto di umiltà, si è spogliato della sua gloria e si è rivestito dei nostri poveri stracci, si è fatto servo ai nostri piedi....Gesù continua a dirci: Sapete quello che ho fatto? Cercate di capire, di aderire a me con sincero amore” . Amen

 

Domenica 1 aprile 2012 - Domenica delle Palme - fr. Massimo-Maria FMJ

 

     “ Vieni e seguimi”. Diverse volte nel Vangelo risuona questo invito.

     “ Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo.” Così Gesù parla ai suoi discepoli proprio dopo l'ingresso a Gerusalemme.

     La partecipazione gioiosa al rito della processione delle palme di questa domenica, con cui abbiamo iniziato la solenne liturgia, ci richiama probabilmente questa Parola del Signore.

     In questo giorno siamo infatti invitati a metterci in cammino con Gesù che entra nel mistero della Sua Passione. Siamo invitati a seguirlo!

     Ma dove il Signore vuole condurci? Cosa vuole dirci? Cosa vuole donarci?

     Lasciamoci guidare da questi interrogativi per cogliere con maggiore profondità il mistero che la Chiesa celebra in questo giorno; i misteri che Essa contempla e vive in questi giorni.

 

Dove Gesù vuole condurci ?

     Durante il tempo quaresimale gli evangelisti con accenti diversi hanno sottolineato che Gesù saliva a Gerusalemme, fino a specificare che camminava dinanzi a tutti salendo a Gerusalemme. Oggi il Signore entra a Gerusalemme, e vi entra in modo trionfale, acclamato dalle folle, osannato da coloro che lì' si trovavano per la festa di Pasqua.

     Il Papa ha ricordato che la meta del cammino di Gesù è Gerusalemme, e che Gerusalemme qua và intesa a diversi livelli: è senza dubbio il luogo geografico, ma è poi la città densa di significati: il luogo in cui vi era il Tempio della Presenza di Dio; il luogo in cui tanti figli di Israele erano saliti a celebrare la Pasqua della liberazione; ed ora è per il Signore il luogo in cui Egli vi sale per celebrare la sua Pasqua, quella che compie tutte le Pasqua, quella che dà compimento a tutto.

 

     Gesù ci invita a seguirlo all'inizio di questa Settimana Santa per condurci a Gerusalemme, il luogo della sua Pasqua, il luogo, cari fratelli e sorelle, in cui esaudisce la preghiera che ci ha accompagnato lungo tutto il percorso quaresimale: “ Non nasconderci il tuo volto!”

     A Gerusalemme egli ci mostra, nel mistero della Sua Passione di dolore e di amore, il suo vero volto, e ci f scorgere in esso il volto del Padre che ha tanto amato il mondo da dare l'Unigenito, che non vuole la morte del peccatore, ma che abbia pienezza di vita.

     Avevano ragione le folle di acclamare Gesù Re di gloria.

     Ma abbiamo ragione noi pure, che abbiamo percorso le strade della città inneggiando al Figlio di Davide che a Gerusalemme per tutti dona la salvezza e a tutti dona la vittoria.

     Già allora intuiamo la risposta a quanto ci chiedevamo nella seconda domanda:

 

Cosa vuole dirci?

     Gesù vuole dirci la sua Pasqua!

     Il suo passaggio cioè attraverso la morte e dalla morte alla vita.

     Morte che in Lui è da considerarsi non come una vita strappata, ma piuttosto come una esistenza donata.

     Gesù ci invita a seguirlo a Gerusalemme per dirci la Sua Pasqua.

     E vuole dircelo avendo nel cuore un desiderio immenso: che noi capiamo che tutto questo grande mistero è per noi.

     Un “per noi” che dice l'immensità dell'amore di Dio per ogni uomo, ma anche un “per noi” nel senso di: a favore nostro, con delle conseguenze impensabili, incredibili per la nostra esistenza umana.

     Infatti nella sua Pasqua, dietro di Lui anche per noi è reso possibile lo stesso passaggio: Egli è l'apri strada, cammina avanti, ci precede e ci accompagna.

     E come per Gesù il cammino non si ferma a Gerusalemme, ma giunge sino al cuore del Padre, alle altezze di Dio, alla vita piena, così a noi è dato di seguirlo sin lì, non fino a qualche tappa più bassa.

     Gesù dicendoci la Sua Pasqua ci dice dove è indirizzato il cammino della nostra vita.

     Ma insieme ci rivela che in fondo tutta la nostra esistenza è pasquale, non solo perché destinata al grande passaggio finale dalla morte alla vita, ma tutta costellata di passaggi più piccoli, meno importanti, ma non meno significativi, meno visibili, ma spesso non meno sofferti e che tutti preparano al grande passaggio, e che di esso sono misterioso presagio.

 

     In tutti il Signore ci precede, ci accompagna, ci apre il cammino.

     Abbiamo così accennato la risposta al nostro terzo interrogativo:

 

Cosa vuole donarci?

     A Gerusalemme il Signore ci riporta a Dio, ci riafferma la certezza del suo amore per noi, ci apre il cammino della vita, fratelli e sorelle ci riconsegna la  pace, Lui ne è il principe, e ci riempie di gioia.

     Ecco perché pur nella drammaticità degli avvenimenti di questi giorni il cuore del discepolo è pervaso dalla gioia. A Gerusalemme nel dirci la Sua   Pasqua il Signore ci dona la gioia vera, piena, profonda, quella che nessuno può toglierci.

     E' questa gioia che il Signore vuole donarci, questa gioia così desiderata dal cuore dell'uomo, e che sappiamo bene ha la sua sorgente nel cuore di Dio.

 

     A proposito di essa il Papa scrivendo ai giovani per la G.M.G. che oggi si celebra nella Chiesa afferma: L' amore infinito di Dio per ciascuno di noi si manifesta in modo pieno in Gesù Cristo. In Lui si trova la gioia che cerchiamo."

     Nell’ora della passione di Gesù, questo amore si manifesta in tutta la sua forza. Negli ultimi momenti della sua vita terrena, a cena con i suoi amici, Egli dice: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore... Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,9.11). Gesù vuole introdurre i suoi discepoli e ciascuno di noi nella gioia piena, quella che Egli condivide con il Padre, perché l’amore con cui il Padre lo ama sia in noi (cfr. Gv 17,26). La gioia cristiana è aprirsi a questo amore di Dio e appartenere a Lui.”

 

     Fratelli e sorelle oggi iniziando la settimana Santa accogliamo l'invito di Gesù a seguirlo: “ Vieni e seguimi”, Lui ci garantisce: “ Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo.”

Amen

 

Domenica 4 marzo 2012 - IIa Domenica di Quaresima - fr. Massimo Maria FMJ


 

    Domenica scorsa lo Spirito ha condotto Gesù nel deserto. Oggi è Gesù che conduce Pietro Giacomo e Giovanni sulla montagna.

     Nel deserto lo Spirito sostiene Gesù nel combattimento contro il potere delle tenebre, contro il Tentatore.

     Sulla montagna Gesù – lo afferma la liturgia rivelandoci il senso di quanto i discepoli vivono – prepara i suoi a sostenere un altro combattimento: lo scandalo della croce.

     Questa preparazione allo “ scandalo” della croce Gesù la compie attraverso il mistero della sua Trasfigurazione il cui racconto abbiamo ascoltato nella versione di Marco.

     L'evangelista cerca di farci percepire qualcosa di quello che hanno vissuto i discepoli: Gesù si trasfigura davanti a loro, le sue vesti divengono bianche annotando in modo simpatico che nessun lavandaio potrebbe renderle così.

     Ma, cosa è la Trasfigurazione?

     Gesù per un istante svela tutto lo splendore del suo mistero abitualmente nascosto: i miracoli qualcosa avevano certo già lasciato sfuggire e i demoni tanto già avevano intuito, ma ora è Gesù che svela totalmente: Chi Egli è! Qual'è il suo segreto!

     Se questa prima parte è certo importante, diviene tuttavia essenziale accogliere e custodire gelosamente nel cuore la Parola del Padre: “ Questi è il Figlio mio l'Amato: Ascoltatelo!.”

     Perché queste parole vanno custodite, direi di più, fissate solidamente nel cuore?

     Per superare la tentazione di Pietro di costruire tende terrene che imprigionano Gesù e non lasciano invece seguirlo nella sua strada, quella che passa per una altra montagna, il Golgota, e giungere così alla gloria, quella della Resurrezione.

     “ Questi è il Figlio mio l'Amato: Ascoltatelo.” dice il Padre sul monte della Trasfigurazione, in cui Gesù è splendente di luce. Ma lo stesso Figlio, l'Amato da ascoltare è quello ricoperto di ignominia sulla croce, quello fragile e spossato sulla strada del Calvario schiacciato dal peso della croce.

     E' sempre il Figlio, l'Amato da ascoltare, sia quando dicendo di essere credenti in Lui ci sentiamo dire di avere una marciasi in più,che quando dicendo di di fidarci di Lui siamo considerati poveri illusi, tacciati di ingenuità infantile.

     Di questo Gesù, fratelli e sorelle, che fa passare la gloria per la croce, ognuno di noi in fondo è un po' scandalizzato, magari non a parole, ma certo quando questa logica si manifesta nella concretezza della vita.

     La tentazione è sempre di voler anticipare la gloria costruendo capanne materiali per rinchiudervi il Gesù che desideriamo, senza – passando per la croce – attendere la dimora che scende dal cielo, la vera gloria. E' sempre tentazione forte quella di passare accanto alla via della croce, di evitarla accuratamente.

     Ma Gesù non lascia illusioni e non vuole fraintendimenti: “ Ordinò di non dire nulla a nessuno se non dopo che il Figlio dell'uomo sarebbe risuscitato”.

     Fratelli e sorelle, se da una parte la liturgia ci mostra nella trasfigurazione di Gesù la meta del cammino, che non solo sostiene il passo, ma lo rende più spedito e gioioso, nello stesso tempo ci ricorda che oggi, non è il tempo di voler maldestramente anticipare la gloria che sarebbe artificiale; oggi non è opportuno cedere alla tentazione di crearci un nostro percorso che evita la via della croce o costeggia prudentemente il Calvario.

     Oggi è il tempo di pre-gustare certo la gloria, ma ascoltando l'Amato, “sempre” e “tutto”, con docilità e e totale disponibilità.

     Oggi è il tempo per riconoscere in Gesù, l'Amato, per aderire a Lui, per riconoscerlo come la ragione ultima della vita scoprendo che è bello andargli dietro ovunque Egli passi.

     E' il tempo dell'obbedienza della fede!

     E' la narrazione della I lettura, il sacrificio di Isacco, che non leggiamo mai senza interiore turbamento. Abramo è benedetto perché non ha rifiutato a Dio neppure quanto gli stava supremamente a cuore. La fede e l'obbedienza a Dio sono sempre questo: la gloria definitiva passa attraverso questa obbedienza che fa sentire fino a che punto io è l'Assoluto!

     Davvero è necessario fare nostra la preghiera con cui abbiamo iniziato questa celebrazione eucaristica: “ Rafforzaci o Padre, nell'obbedienza della fede perchè seguiamo in tutto le sue orme e siamo trasfigurati nella luce della tu gloria.” Amen

 

Domenica 26 febbraio 2012 - Ia Domenica di Quaresima - fr. Massimo Maria (FMJ)


 

     La liturgia della prima domenica di Quaresima è caratterizzata dalla contemplazione di un momento particolare della vita del Signore: le tentazioni. In questo senso infatti si parla della domenica delle tentazioni.

     Nel ciclo liturgico di questo anno ci è offerto il racconto delle tentazioni secondo il Vangelo di Marco. Un racconto decisamente più breve, più sobrio, più essenziale, se pensiamo ai testi di Matteo e Luca in cui sono descritte le tre tentazioni con dovizia di particolari.

     Un testo senza dubbio meno drammatico quello di Marco, se lo accostiamo a quello di Luca per esempio, in cui il racconto si conclude con delle note piuttosto inquietanti: “ Dopo aver esaurito ogni tipo di tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù per tornare al momento fissato.” Sappiamo che si tratta del momento della passione e della croce.

     Tuttavia, pur nella sua brevità e nella sua essenzialità, , il brano di Marco non è meno eloquente e prezioso degli altri. Da esso vogliamo così raccogliere alcune riflessioni di una certa importanza per il nostro itinerario quaresimale e per il nostro cammino cristiano in generale.

 

     “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto.” spiega l'evangelista. Il Signore si inoltra nel deserto in obbedienza alla voce dello Spirito, in quell'atteggiamento di obbedienza che caratterizza tutta la vita del Signore. Ma poi precisa Marco, una volta nel deserto, vi rimase quaranta giorni tentato da Satana.

     Gesù sceglie di restare nel deserto, di non fuggire la tentazione, di combatterla, di affrontare la prova. Gesù non viene fuori prima, và sino in fondo. Sa che la sua missione passa per quella strada e la percorre.

     La prova, la tentazione fratelli e sorelle fa parte della vita cristiana, è passaggio importante del cammino del discepolo dietro al Maestro. La sapienza della Scrittura lo afferma a più riprese:Figlio se ti presenti per servire il Signore preparati alla tentazione”.

     C'è nella nostra vita cristiana, nella nostra vita di discepoli, nel cammino di fede, tutta una profondità, una solidità, una robustezza che si costruisce attraverso l'esperienza del deserto, della tentazione, della prova. “ Attraverso il fuoco si prova l'ora” recita ancora la Scrittura. E Gesù lo sappiamo ci fa chiedere al Padre di “ Non abbandonarci nella tentazione.

     E' necessario notare anche San Marco pone il suo racconto delle tentazioni subito dopo il Battesimo del Signore, quasi per sottolineare anche lui attraverso questo quanto la tentazione sia nel programma ordinario dell'itinerario del cristiano così appunto come lo è stato per il Maestro, anzi il Maestro ci è passato per noi, per primo.

     Una certa presentazione della vita cristiana tutta gioia spensierata e priva di questo aspetto del combattimento e della prova diviene molto pericolosa. Il combattimento infatti fa parte di un autentico cammino evangelico e talvolta anzi la lotta si può fare molto aspra. Se a questo non siamo preparati rischiamo di soccombere nella prova, pensando magari che Dio ci abbia abbandonato, ci abbia imbrogliato, o che forse non esista.

     Ma in realtà siamo noi che abbiamo saltato qualche pagina del Vangelo.

     Gesù nel deserto quindi affronta il combattimento, la tentazione.

     Quali armi Gesù utilizza contro il tentatore, per affrontare il combattimento?

 

     Nel Vangelo di Luca e Matteo – lo dicevamo – contrappone alla parola del diavolo la Parola di Dio, quei famosi “ Sta scritto....”

     A differenza di Eva che nel giardino dell'Eden dialoga con il tentatore, con la tentazione infatti soccombe, Gesù invece contrappone da parte sua la Parola di Dio, certo che è in essa la forza necessaria per vincere il tentatore. Già questo è un primo e prezioso insegnamento.

     Nel Vangelo di Marco invece non vi è nessuna parola del diavolo è vero, ma neppure del Signore. Il silenzio infatti è un altra arma vittoriosa, che Gesù utilizza, assai preziosa nella tentazione.

     “Nel silenzio stà la vostra forza” proclama la saggezza della Scrittura.

     Non è infatti silenzio di abbattimento, di rassegnazione né tanto meno di scoraggiamento, ma un silenzio pieno di fiducia, di fede nell'intervento di Dio, di certezza nella fedeltà della sua grazia potente, di pazienza amorosa. Anche davanti a Pilato, altro momento di prova, lo troveremo nel racconto della Passione Matteo scriverà: “ Jesus autem tacebat” Gesù invece taceva.

     La tradizione spirituale ha davvero raccolto abbondantemente questa strategia. Il nostro Libro di Vita afferma: “ Il silenzio rimetterà ordine in te quando sarai stanco, inquieto tentato.” Anche San Benedetto nella sua regola a proposito della prova, nel capitolo sull'umiltà scrive: “ il monaco vedendosi imposte cose dure e contrastanti, subendo torti di qualsiasi genere – quindi l'esperienza della prova – abbracci dentro di sé, in silenzio, la pazienza.” Indicando così ancora nel silenzio uno strumento prezioso per trovare forza nel combattimento e per attraversare l'esperienza della prova.

     Nella terapia del silenzio ci è poi indicato per noi e per il nostro cammino nella prova, un secondo prezioso insegnamento.

 

    Ci aiuta infine ad avanzare nella tentazione conoscere come il tentatore agisce. A partire dalla esperienza di Gesù, tenendo conto di tutti i racconti dei sinottici raccogliamo una ultima osservazione.

 

     In fondo in tutte le tentazioni, compresa quella sulla croce, ciò che il tentatore cerca di fare con Gesù non è farlo demordere da quanto il Padre gli ha chiesto, piuttosto di farglielo realizzare in modo diverso. Il tentatore dicono gli esegeti mette in discussione il tipo di messianismo che Gesù realizza. Per il progetto del Padre, nella logica dell'amore infinito di Dio, Gesù deve essere un messia povero, crocifisso, umanamente fallito, abbassato, umiliato. Il diavolo propone di restare messia, rispondere alla chiamata di Dio, ma in modo diverso, secondo le logiche del mondo di potere, di gloria di sicurezza legate alle ricchezze materiali e ai poteri umani.

     Anche per noi spesso il tentatore si appoggia su un dono di Dio vero, reale, che il Signore ci ha fatto:la chiamata cristiana. Ma ciò che tenta di sovvertire è la modalità di viverla, invitandoci al compromesso, suggerendoci il buon senso, richiamandoci altri valori in se buoni, sani e santi.

     Se sei figlio di Dio buttati dal pinnacolo del tempio, gli angeli ti salveranno e tutti crederanno. Il successo della tua missione sarà assicurato.

 

    Fratelli e sorelle la tentazione non ci deve spaventare attraverso di essa il Signore è passato e ancora ogni giorno passa con noi. La tentazione non ci deve sgomentare, tutto concorre al bene di coloro che amano Dio ripete San Paolo. Anche attraverso di essa il Padre ci purifica, ci libera, ci converte. La tentazione – tante volte lo abbiamo sentito noi fratelli e sorelle di Gerusalemme ripetere da P. Pierre Marie - se non ci fosse non ci sarebbe neppure la santità, per ricordarci che Dio ci fa avanzare anche attraverso la prova nel cammino della santità.

 

     Come abbiamo pregato all'inizio ripetiamocelo in questo tempo di Quaresima: “ Disponi Signore i nostri cuori all'ascolto della Parola perchè si compia in noi la vera conversione”.

     Amen

 

 Domenica 15 gennaio 2012 - II Domenica T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ

 

   “ Il Signore chiamò Samuele! “

   “Gesù si voltò e disse: “ Venite e vedete. “

 

   In queste due parole della Scrittura è contenuto il tema della Parola di Dio di questa seconda domenica del tempo ordinario. Le due frasi sono infatti il cuore di due racconti di vocazione.

 

   Il primo ha per protagonista Samuele, profeta e sacerdote che intorno al 1030 a.C. assiste al passaggio di Israele  da una struttura di tipo tribale a quella monarchica con il re Saul.

 

   L'iniziativa è sempre e tutta di Dio, che tuttavia non lo chiama in modo irruento ed aggressivo, ma piuttosto attraverso un lento apprendistato che inizia con una prima chiamata nella notte, nella pace del tempio, quando, come dice il testo, “ la lampada dell'arca non si era ancora spenta “ ed il giovanissimo Samuele era abbandonato al primo sonno della notte.

    Samuele risponde prontamente, ma la sua risposta è ancora confusa ed incerta. Pensa infatti che a chiamarlo sia stato il sacerdote Eli. Solo alla quarta volta, dopo tre fallimenti il giovane Samuele scopre la sua vera vocazione, decifra la voce di Dio e comprende che non dovrà essere un semplice sevo del sacerdote Eli nel tempio, ma profeta e sacerdote lui stresso del suo popolo.

 

    Da quella notte così misteriosa Samuele esce conoscendo la sua chiamata, ma di più, avendo scoperto la sua vera identità.  Quella chiamata è stata infatti per lui come una nuova nascita, una nascita che lo ha generato alla verità di se stesso in modo pieno ed autentico.

 

    E' questo il dono di ogni chiamata di Dio prima ancora che fare qualcosa o rendere un servizio. Accoglierla è permettere a Dio di generarci alla verità di noi stessi in modo pieno ed autentico.

 

   Anche nel secondo racconto di vocazione ci sono un pò gli stessi elementi. L'iniziativa è del Signore, che si volta e guarda quei discepoli del Battista che gli vanno dietro. Attraverso un gioco misterioso di sguardi e parole Gesù gli rivolge un invito: “Venite e vedete.”

 

    Anche in questo caso la scoperta della chiamata per i discepoli è progressiva, passa attraverso una strada che si percorre con Gesù, conosce una ricerca, conosce delle domande, delle perplessità, ed approda ad una casa di Palestina dove la ricerca si arresta e si spegne, nel trovare.

  

    Attraverso questo itinerario progressivo e persino laborioso, i discepoli, come Samuele, scoprono la loro chiamata, la loro vera identità. E' emblematico per questo il caso di Simone, che, al termine del racconto, diviene Pietro.

 

    Nel racconto della vocazione di Samuele, della chiamata di Andrea, Pietre e gli altri discepoli, c'è il racconto di ogni chiamata, c'è il racconto della nostra vocazione di battezzati, di consacrati, di laici, di discepoli del Signore. Alcune luci ci sono offerte allora per il nostro itinerario; luci certo da non smarrire.

 

    Tutto nasce da un dono primo e gratuito del Signore, dalla sua iniziativa personale e misericordiosa. Chiamandoci Dio ci usa misericordia.

   Tutto si dispiega nel tempo con gradualità e in progressione. Non ha fretta il Signore nelle sue opere e  chiede a noi di aver pazienza per assecondare la sua opera in noi, di non voler capire, realizzare, tutto e subito.

    Ogni sua chiamata è importante perché prima di assegnarci un compito, un servizio, una missione, la sua chiamata, la vocazione ci genera alla verità di noi stessi, ci rivela la nostra profonda identità, completa per così dire la nostra nascita in modo pieno ed autentico. Quando si insiste allora che è importante conoscere cosa Dio vuole dalla nostra vita, il vero motivo non è, e non dovrebbe essere, riempire seminari e monasteri, ma la certezza che da una tale scoperta ognuno è generato in pienezza e in tutta la sua verità. 

 

    Ma c'è un ultimo elemento nei due racconti di vocazioni su cui ci siamo soffermati.

   Si tratta di un dato a prima vista marginale, ma in realtà particolarmente significativo.

 

   Nella storia di Samuele, è stato necessario Eli. Nella chiamata dei primi discepoli è stato prezioso il Battista.

   Per giungere a bene ascoltare il Signore, per discernere la sua voce, la sua chiamata, la sua parola è necessaria quella che possiamo chiamare in modo esteso: una mediazione. Per il cammino battesimale c'è essenzialmente quella della Chiesa. 

    Per ogni cammino personale è necessaria una presenza amica, un fratello, un padre, un maestro che guidi, illumini, sorregga e faccia si che il nostro passo sia più generoso e spedito nel seguire il Signore.

 

    La autoreferenzialità, il “fai da te” nella vita cristiana e nel cammino di ogni chiamata discepolare è sempre esporsi a pericoli, deviazioni, trappole.

    E' invece necessaria la presenza di chi con la stessa libertà interiore di Giovanni il Battista e la pazienza infinita di Elia, ci rende il servizio di indicarci il dove e il come la grazia chiede di essere assecondata.

  

Attraverso questo ultimo elemento la Parola ci ricorda cioè che, nessuno si salva da solo, ma la salvezza così come la risposta ad ogni chiamata passa nella comunione con Dio e con i fratelli. Ognuno ha bisogno della grazia di Dio, ma anche del servizio, della guida, della preghiera e delle indicazioni e persino correzioni dei fratelli.

 

Fratelli e sorelle  la Parola in questa domenica ci invita da una parte a fare memoria grata della nostra vocazione personale, e dall'altra, ci ricorda, che nella risposta, siamo affidati gli uni agli altri.

 

   Nel giorno della sua vocazione il profeta Geremia vide la mano del Signore che gli presentava un mandorlo fiorito, segno della protezione divina.

    Ogni discepolo nella risposta della sua chiamata non è comunque mai  abbandonato  nel deserto della vita, ma sul suo capo si stende l'ombra di un ramo verde e fiorito che è la promessa certa della fedeltà di Dio.

 

 

 

 

 

 

 

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